Barletta Città dell’accoglienza e la Domenica di Carta 2019

0
6044

In occasione dell’importante manifestazione nazionale promossa dal Ministero per i Beni e le Attività Culturali e per il Turismo “Domenica di Carta 2019” che prevede l’apertura straordinaria di Archivi e Biblioteche statali, la Sezione di Archivio di Stato di Barletta presenta la mostra documentaria fotografica “Barletta Città dell’accoglienza – I campi profughi 1947/1950”.

L’iniziativa promossa oltre che dalla Sezione di Archivio di Stato di Barletta, anche dall’Associazione Nazionale “Cavalieri di San Nicola”, dall’Associazione Arte, Cultura, Turismo “Virgilio” e dal Fondo Internazionale per la Fotografia (FIOF), in collaborazione con il Comune di Barletta, curata da Michele Grimaldi, Responsabile della Sezione di Archivio di Stato di Barletta, dal Prof. Michelangelo Filannino, da Luisa Filannino e dall’Ufficiale Vito Dibitonto,  propone un suggestivo mix tra i documenti della Sezione di Archivio di Barletta, dell’Archivio di Stato di Bari e il materiale fotografico faticosamente reperito dall’Associazione “Virgilio”.

La scelta di un argomento così poco conosciuto come quello dei campi profughi, non nasce per caso. Infatti nella nostra città, subito dopo la fine del secondo conflitto mondiale, erano presenti ben due campi profughi e questa circostanza non deve in nessun modo meravigliare se si pensa che la nomea di “Barletta Città dell’accoglienza” ha una storia millenaria. Non a caso uno dei detti locali più antichi recita “Send Rggiir j’amend’ e frastiir”  (San Ruggiero è amante dei forestieri) identificando con San Ruggiero, Patrono della Città, tutti i barlettani.

Infatti sono nella storia i flussi di profughi rifugiatisi a Barletta, come gli abitanti di Canne, trasferitisi nel 1083 per sfuggire alla distruzione della cittadella da parte di Roberto il Guiscardo e stabilitisi in quello che oggi è il rione San Giacomo.

I campi profughi del secondo dopoguerra italiano non nascono dal nulla, sono per lo più edifici pubblici (carceri, caserme e scuole) e privati già utilizzati per chi è stato costretto dalla guerra a sfollare o ancor peggio scappare.

Nel corso del 1943 le truppe anglo-americane, durante l’avanzata nelle regioni dell’Italia meridionale, si trovarono di fronte alla necessità di garantire l’assistenza ai numerosi profughi di guerra che incontravano lungo la penisola.

   I principali campi dell’Italia meridionale si trovavano in Puglia, dove i profughi giungevano spesso attraverso una seconda via clandestina che consisteva nell’attraversare l’Adriatico partendo dalla Jugoslavia con piccole imbarcazioni e che fu sfruttata soprattutto dopo il novembre 1945, quando l’inverno troppo freddo rese inaccessibili i valichi alpini. Nelle vicinanze di Bari erano attivi i campi di Barletta, Trani, Palese ed uno nella stessa città di Bari.

Si possono identificare due momenti principali: una prima fase, fino al 1950, in cui è prevalente la presenza di profughi, provenienti da diversi Paesi europei, soprattutto Polonia ed ex Jugoslavia. La gran parte di questi profughi era ebrea. Alla data del 31 marzo 1948, gli Ebrei presenti nei campi profughi italiani erano 19.084: di questi ben 1.968 si trovavano a Barletta.

Una seconda fase, fra il 1951 e il 1954, in cui è prevalente la presenza di profughi di lingua italiana, provenienti dall’Etiopia, dalla Grecia, dalla Turchia, dall’Istria. La gran parte di questi profughi erano Giuliano – Dalmati.

La prima fase è legata ad un sito ben preciso: il DP camp n. 3 bl, ovvero la Caserma “R. Stella” sita in via Andria. La seconda fase è legata al Centro Raccolta Profughi sito in via Manfredi, dove si trovavano le Caserme “Stennio”, ancora esistente e “Fieramosca” abbattuta agli inizi degli anni ’60.

Nel febbraio del 1945 l’assistenza degli Unite Nations DPs, in attesa che fossero rimpatriati, fu affidata all’United Nations Relief Rehabilitation Administration (UNRRA). L’UNRRA cercò di far rientrare in patria il maggior numero di profughi, ma non tutti desideravano rimpatriare e tra questi soprattutto i rifugiati provenienti dai Paesi dell’est oltre che coloro i quali avevano collaborato con le formazioni nazifasciste.

Tra gli stranieri inviati nei campi, si vennero a trovare anche alcuni ebrei reduci dai lager nazisti. Questi si trovarono a condividere le stesse baracche con ex criminali di guerra e collaborazionisti dei nazifascisti. Nonostante le proteste delle associazioni ebraiche, per diversi mesi, rimasero internati nel campo.

Inizialmente i profughi furono posti sotto la giurisdizione alleata, mentre la gestione del campo dipendeva dalle autorità italiane. Verso la fine del 1946, anche il controllo degli stranieri passò definitivamente sotto le autorità italiane.

Le condizioni di vita furono assai complesse. In pochi mesi il “Centro” di Barletta, che aveva superato le cinquecento presenze, divenne una piccola cittadella cosmopolita dove furono costretti a vivere coattamente uomini e donne provenienti da oltre venticinque nazioni diverse. Si verificarono diverse risse e violenze tra i differenti gruppi etnici, sia per motivi politici che religiosi. La disciplina fu garantita da divieti e prescrizioni che, oltre a limitare la libertà, prevedevano la censura per la corrispondenza e l’obbligo di rispettare orari e norme che regolavano la convivenza all’interno delle baracche.

La promiscuità e i disagi dovuti all’ozio forzato e alle precarie condizioni igienico sanitarie, resero la vita a molti di essi assai dura.

Il vitto, nei primi mesi, lasciò molto a desiderare. Successivamente, in seguito alle proteste e alle segnalazioni della Croce Rossa e della Pontifica  Commissione per i profughi, sia la qualità che le quantità del cibo migliorò sensibilmente.

Con il passare del tempo, i campi andarono via via svuotandosi sino ad arrivare alla definitiva chiusura avvenuta alla fine degli anni cinquanta.

   Michele  GRIMALDI – Responsabile della Sezione di  Archivio di Stato di Barletta

LASCIA UN COMMENTO

Please enter your comment!
Please enter your name here