Barletta, Le Foibe e l’esodo… una mostra per ricordare

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Barletta celebra, forse una delle pochissime città al sud, il “Giorno del Ricordo” della tragedia degli italiani e di tutte le vittime delle foibe e dell’esodo, dalle loro terre, degli istriani, dalmati e friulani, nel secondo dopoguerra.

Facendo un paragone con le precedenti occasioni, il programma delle iniziative istituzionali di quest’anno è senza dubbio più articolato e forse detiene un piccolo ma importante primato, almeno relativamente al Sud Italia e cioè per la prima volta nella Città della Disfida viene presentata una mostra documentale – fotografica sulle Foibe e l’esodo Giuliano Dalmata.

   La mostra dal titolo “Le Radici, il Ricordo…il Futuro” nasce da una collaborazione, ormai decennale, tra la Sezione di Archivio di Stato di Barletta e L’Associazione Nazionale Culturale “Famiglia Dignanese”, con il fondamentale apporto del Comune di Barletta, che ha concesso il patrocinio all’iniziativa, dell’UNIMRI Sezione di Barletta, della FIOF e del Rotary Club di Barletta. L’esposizione propone un suggestivo mix tra i documenti dell’Archivio storico del Comune di Barletta conservati dalla Sezione di Archivio di Stato e le foto faticosamente reperite dal dott. Giuseppe Dicuonzo, profugo di prima generazione (nato a Pola da madre autoctona) e Vice Presidente Nazionale dell’Associazione Nazionale Culturale “Famiglia Dignanese” .

    Dicuonzo lotta in maniera strenua da anni per non far cadere nell’oblio un’immane tragedia quale fu quella delle foibe che non solo viene ignorata dalle generazioni più datate, testimoni in prima persona degli avvenimenti accaduti nella nostra Città, ma è del tutto sconosciuta ai giovani di oggi i quali, oltre ad ignorare le figure basilari della Storia cittadina, “rifiutano” perché non guidati ed informati, tutto quello che va oltre i libri di storia canonici.

Infatti, quale professore ha mai spiegato loro che dopo l’armistizio dell’8 settembre 1943, il pieno controllo del territorio dalmata-istriano fu assunto dalle formazioni partigiane slovene e croate legate al Movimento di liberazione jugoslavo, che proclamarono l’annessione dell’Istria alla Jugoslavia e parallelamente, procederono all’eliminazione fisica dei “nemici del popolo”, categoria generica e simbolica nella quale furono fatti rientrare gli oppositori di un progetto politico che aveva come fine la jugoslavizzazione dell’area giuliana. Un progetto che, ancora in fase embrionale nell’autunno del 1943, esploderà due anni dopo, nel maggio del 1945.

La scelta del 10 febbraio non è casuale. Infatti questa ricorrenza nazionale si celebra ogni anno nello stesso giorno in cui, nel 1947, vennero firmati a Parigi i trattati di pace in base ai quali l’Italia cedeva Istria, Fiume e Zara alla Jugoslavia, provocando l’esodo delle popolazioni istriane, fiumane e dalmate dalle loro terre. Molti profughi istriani optarono per Usa e Canada. In totale, dopo la firma del trattato di Parigi del 1947 e del memorandum di Londra del 1954, furono 10.137 gli italiani infoibati dalle truppe Titine e 350mila i connazionali obbligati alla conseguente diaspora e ad abbandonarono tutti i loro beni.

L’esodo istriano, conosciuto anche come esodo giuliano – dalmata, è un evento storico consistito nella diaspora forzata della maggioranza dei cittadini di etnia e di lingua italiana, che si verificò a partire dalla Seconda Guerra Mondiale e negli anni successivi dai territori occupati dall’Armata Popolare del maresciallo Josip Broz Tito e in seguito annessi dalla Jugoslavia. L’Istria era divenuta parte del Regno d’Italia a seguito della vittoria nella Prima Guerra Mondiale, con il trattato di Saint German en Laye (1919) e il trattato di Rapallo (1920). L’esodo di massa iniziò quando apparve chiaro che le speranze del ritorno di queste città all’Italia erano nulle: in quella occasione l’abbandono si svolse in modo ordinato, sotto gli occhi delle autorità anglo-americane e di alcuni rappresentanti del governo italiano.

Coltivare la memoria di quanto è accaduto è indispensabile per ristabilire la verità storica. Giornate come questa devono rappresentare momenti di riflessione perché situazioni così dolorose siano per sempre consegnate al passato. Non possiamo e non dobbiamo dimenticare chi fu ucciso o costretto ad abbandonare la propria terra per restare fedele alla propria identità culturale di lingua e tradizioni.

    Appare chiaro a tutti che una celebrazione, come questa, abbia come fine utile quello di ricordare, stigmatizzare, creare un monito, un segnale e soprattutto deve essere “onorata”, secondo me, con il coinvolgimento delle istituzioni che hanno il compito, lo ripeto, primario di formare donne e uomini i quali non devono essere indirizzati esclusivamente verso la cultura dell’effimero, della gestione del contingente, del quotidiano, ma hanno il dovere del ricordo, della memoria, della storia, un bagaglio da portarsi dietro perché un fatto è certo: alcune pagine buie della storia dell’umanità sono meno “importanti” di altre.

Quindi è utile riportare le parole di Papa Francesco “…nascondere o negare il male è come lasciare che una ferita continui a sanguinare senza medicarla! ”.

Il Presidente della Repubblica Italiana Giorgio Napolitano, in occasione della Giornata del Ricordo del 2007, così descrisse le caratteristiche dell’esodo: “ Nello scatenarsi della prima ondata di cieca violenza in quelle terre, nell’autunno del 1943, si intrecciarono giustizialismo sommario e tumultuoso, parossismo nazionalista, rivalse sociali e un disegno di sradicamento della presenza italiana da quella che era e cessò di essere, la Venezia Giulia. Vi fu dunque un moto di odio e di furia sanguinaria, e un disegno annessionistico slavo, che prevalse innanzitutto nel trattato di pace del 1947, e che assunse i sinistri contorni di una pulizia etnica”.

Un ultimo pro memoria qualora dovesse sfuggire a qualcuno: gli Istriani, oltre ad essere Persone erano Italiani … o a qualcuno è sfuggito ?

Michele  GRIMALDI – Responsabile della Sezione Archivio di Stato di Barletta.

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