Barletta, Il “Maestro e Margherita” infiamma il pubblico tra risa e realismo

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Si è ormai conclusa la dirompente rappresentazione del capolavoro bulgakoviano, che per tre giorni ha animato il palcoscenico del teatro cittadino, con le voci e le vicende tratteggiate dalla penna di Letizia Russo, e, rese vive dal regista Andrea Baracco e dal suo sbalorditivo cast.

Nel convulso intreccio di trame e di figure emerge certamente il talento dell’attore pugliese Michele Riondino (nei panni del satanico Woland), tanto caro alla nostra città per la sua indimenticabile interpretazione del campione barlettano Pietro Mennea nella fiction Rai “la Freccia del Sud”; tale occasione ha ispirato un gesto di riconoscenza: l’artista, già star del Festival del Cinema di Venezia, è stato omaggiato con la consegna di una targa contenente un frammento della vecchia pista di atletica dello stadio “Puttilli” ed infine salutato con favore ed ammirazione dalle autorità locali e dal resto della cittadinanza.

Tuttavia, oltrepassando certi convenevoli, proiettati nel mondo dell’artificio partecipiamo a qualcosa che dice di noi del vero.

Alzato il sipario, si è subito gettati nel caos di un gesto estremo ed complesso, esplicito richiamo al tormentoche afflisse lo scrittore russo, al quale la fortuna – per la sua presunta eversività – non arrise: il Maestro dà alle fiamme il libro che gli è costato l’intera esistenza, simulacro di quella vocazione poetica che costituisce la sua condanna a morte e, al contempo, l’unico aggancio alla vita che fluisce.

È questo l’indicibile atto da cui scaturisce il resto della trama infarcita di elementi satirico-grotteschi, lirici, epici, metafisici ed in cui scorrono parallelamente due piani letterari, l’uno ambientato nell’incipiente passato cristiano (il processo e la condanna di Gesù Cristo) e l’altro nel presente tragico del Maestro e Margherita e degli altri ossessi commedianti, vale a dire nella Mosca degli anni Trenta invasa dal tedio e dalla nebbia.

I due livelli collimano e comunicano fra loro, poichétestimoniano una storia umana che, pur nell’apparenza dei fenomeni, si ripete uguale a se stessa, schiacciata dall’ineluttabile presenza del male.

Infatti, in quest’assurda messinscena, figura onnisciente ed onnipresente, al pari di Dio, è Woland : egli, ipostasi del male, esperto di magia nera, è sceso in terra con la sua schiera di malvagi per fare sfoggio del suo terrificante potere e per rivendicarne, al tempo stesso, l’irrinunciabilità.

Abile burattinaio, costruisce un teatro del vizio frequentato da anime sordide e impudiche pronte a fare mostranza della loro putredine e a denudarsi in un allegro ballo della verità.

Tra i corpi immondi si staglia quello vivo e senza veli di Margherita, pronta a concedersi al diavolo pur di riavere il suo amato.

Ella, avvinta al medesimo destino del Maestro e sola esecutrice, fa in modo che l’ultimo prodigio si compia; così la frenesia della vita, l’eccitazione dei sensi cedono il passo a «un’esistenza immobile e fuori del tempo» (usando le parole di Montale), l’unica possibile per chi non ha meritato la luce, ma si è guadagnato la pace.

Giunti alla fine, quando tutto sembra affievolirsi ed il nodo dipanarsi, si è esposti al dramma che per natura ci appartiene; a questo punto le parole soverchiano gli atti ed il passato comunica con il presente per farsi rivelatore di una truce verità.

AWoland, alfiere della vita e della morte, è affidato il compito di recuperare il vero significato dal coacervo steso sul mondo.

Esso si trova condensato nelle parole che lo stesso rivolge a Levi Matteo, apostrofandolo : «Hai pronunciato le tue parole come se tu non riconoscessi l’esistenza delle ombre, e neppure del male. Non vorresti avere la bontà di riflettere sulla questione: che cosa farebbe il tuo bene, se non esistesse il male? E come apparirebbe la terra, se ne sparissero le ombre? Le ombre provengono dagli uomini e dalle cose. Ecco l’ombra della mia spada. Ma ci sono le ombre degli alberi e degli esseri viventi. Vuoi forse scorticare tutto il globo terrestre, portandogli via tutti gli alberi e tutto quanto c’è di vivo per il tuo capriccio di goderti la luce nuda? Sei sciocco.»

Questo messaggio, emesso con voce stentorea, appanna l’udito e la mente del pubblico che, attonito, comprendel’impossibilità di rifuggire il male che come un intrusoinvade la terra e si attorciglia nei pensieri; comprendela necessità della sua esistenza poichéesso alberga dentro di noi: è sostanza e origine delle nostre domande, del nostro cercare, del nostro vagare.

Foto: Galleria fotografica del teatro Curci

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