Barletta, Michele Grimaldi e l’annoso problema: Che aria tira?

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Da un po’ di anni a questa parte sono attanagliato dal famoso dubbio amletico che, adattato, recita così “Cosa facciamo: mettiamo la maschera antigas o cambiamo vita?”

La domanda ha assunto ancora più pressante bisogno di risposta all’indomani delle sempre più frequenti ondate di esalazioni mefitiche che invadono la nostra Città. Ovviamente il mio malessere non è circoscritto alle continue denunzie che giungono da allarmati cittadini e associazioni ambientaliste locali, ma assume livelli importanti leggendo i dati, veramente “paurosi”, che confermano una realtà: nelle nostre città si soffoca. Non solo in quelle grandi, come Roma e Milano, avvolte da una nera coltre dello smog già da parecchio. No, adesso non si respira nemmeno a Ferrara, Perugia, Ravenna e… Barletta.

L’elenco potrebbe continuare a lungo, perché sono oltre cento le città italiane “chiuse per inquinamento” con provvedimenti di emergenza di sindaci e presidenti regionali. E almeno 30, secondo i dati di Legambiente,  “andrebbero chiuse per oltre 150 giorni l’anno”: tanti sono infatti i rilevamenti che superano la soglia di pericolosità delle famigerate polveri sottili.

Anche perché, afferma l’oncologo Paolo Crosignani, che ha effettuato la stima scientifica degli effetti dell’inquinamento sulla salute dei milanesi, “non ha senso parlare di soglie dal punto di vista biologico. L’effetto della media elevata è molto più forte dei picchi”.

Tutta colpa dell’aria, la cosa più preziosa che abbiamo, che a forza di subire l’aggressione continua degli scarichi delle auto (causa al 70% del livello delle polveri) e delle industrie, non ce l’ha fatta più e si è ammalata.

Complice il bel tempo, l’assenza di vento, la pioggia che non arrivava mai (il dilavamento dell’acqua o la brezza abbattono il livello di inquinanti).

Condizioni climatiche eccezionali, che però hanno assestato un colpo durissimo alla nostra salute, certo, ma anche a tutte le non-politiche ambientali seguite finora, alle tante belle parole, ai progetti mai conclusi, insomma ai tanti nulla di fatto dei nostri politici, ma anche al comportamento di noi cittadini che prendiamo l’auto per fare trecento metri, magari fin dal tabaccaio per acquistare le sigarette o raggiungere il bel centro commerciale (d’estate parcheggi straboccanti) e dulcis in fundo, la vera battaglia di comunicati ufficiali (pro e contro) quella scatenatasi, in questi giorni, su tutti i mezzi di comunicazione, relativamente alla questione inquinamento.

La conseguenza negativa a tutto questo scrivere e parlare (più o meno calzante) è che la sempre maggiore conoscenza dell’ambiente che ci circonda e delle cause delle malattie, può dare la sensazione (giusta, esagerata?) di vivere praticamente circondati da pericoli ma c’è chi sostiene non essere proprio così.

E proprio a queste persone chiederei se, negli ultimi tempi, hanno fatto una passeggiata nei centralissimi rioni Santa Maria e Medaglie d’Oro. Qualora non abbiano compiuto la triste incombenza sono fortunati perché, altrimenti, sarebbe stati investiti da un fetore velenoso che da mesi continua ad ammorbare l’aria di due popolatissimi quartieri i quali, sia di giorno che di notte a finestre spalancate, oltre al caldo insopportabile debbono inghiottire (nel vero senso della parola) puro veleno. Ultimo episodio qualche giorno fa quando, il su citato rione, è stato coperto da pezzettini di cenere, lunghi quasi 10 cm, che al tatto si sfaldava come la carta, ma di consistenza più resistente. Cosa era? Boh!

L’Organizzazione mondiale della Sanità (OMS) da diversi anni cerca di informare tutti sul tristissimo dato che il possibile ruolo di sostanza tossiche ambientali nello sviluppo dei carcinomi, è responsabile di una quota variabile dal 7 al 19 per cento.

Al peggio non c’è mai limite.

Chi ha la sfortuna di avere la propria abitazione nei quartiere  su citati, spesso non sa più (o non ha mai saputo) come difendersi da sgradevolissini odori dipendenti dalla presenza di sostanze volatili nocive. Il disagio, se vogliamo definirlo così, può trasformarsi in un pericoloso fattore di stress. L’inquinamento olfattivo dovrebbe essere equiparato a quello acustico. Nelle esalazioni prodotte da attività industriali e purtroppo a noi qui non mancano, possono nascondersi sostanza cancerogene o comunque capaci di provocare un danno diretto all’organismo.

La conclusione a tutto quanto detto è che l’inquinamento atmosferico può effettivamente causare uno stato di ansietà e paura. La percezione di una minaccia che non è ben chiara o che non viene adeguatamente spiegata pubblicamente, può determinare alcune malattie psicosomatiche e forme maniacali. Queste malattie, tra l’altro, si riscontrano con frequenza maggiore dove, soprattutto per scelta politica od economica, si tende a nascondere un eventuale pericolo o addirittura dei dati di fatto, al fine di tutelare più la propria posizione che l’intera comunità.

    Ci riempiono di consigli inutili nell’illusione (nostra) di poter lasciar fuori, lontano dai nostri polmoni, le schifezze con cui pian piano hanno ammorbato l’aria. Fosse vero: quelle penetrano comunque, non c’è mascherina che tenga, né ci si abitua a respirarle o si fa il “callo”, anzi: “Più ne accumuliamo, peggio è”, dice il pneumologo Luigi Allegra, perché “all’inquinamento non ci si abitua, lo si subisce”.

Ed a proposito dei personaggi “va tutto bene”, bisogna rammentare e confermare l’amara verità di Irwin Bross: “Quando dicono che qualcosa è sicura e buona per te, ciò che questo significa veramente è che è sicura o buona per loro. A questi non importa quello che succede a te. Se c’è qualcuno che proteggerà la tua vita e sicurezza, quel qualcuno non potrai essere che tu”.

Michele  GRIMALDI 

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