Puglia, la Gazzetta del Mezzogiorno, in pericolo è la libertà che abdica

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La notizia che la Gazzetta del Mezzogiorno, stante la incredibile situazione creatasi, si avvierebbe ad una (sanguinosa) chiusura e di conseguenza, anche la redazione del Nordbarese, è una delle cose che più preoccupano e indignano non solo il mondo della stampa pugliese e le autorità locali, ma l’intera popolazione.

Se in tempi in cui i giornali online si fanno strada ogni giorno di più nell’informazione locale, una notizia del genere potrebbe far sussultare la concorrenza, in realtà, il pensiero che tante comunità perdano, per l’ennesima volta, un presidio di cultura e libertà, cede il posto all’amarezza e alla solidarietà verso i giornalisti, in primo luogo quelli precari i quali, come in tutti gli altri settori, sono sempre i primi a pagare le conseguenze delle imposizioni.

    Tutto ciò significherebbe, senza ombra di dubbio, l’inevitabile perdita di professionalità, oggi di primissimo livello

Per quanto riguarda le nostre zone, la redazione locale fu istituita, per l’intelligenza di editori illuminati, con lo scopo di creare una sorta di “cenacolo” dei corrispondenti e dei giovani giornalisti.

E’ lì che gli operatori dell’informazione ritiravano, per un lungo periodo, le comunicazioni che i cittadini volevano entrassero nelle colonne dei quotidiani.

Le notizie presso gli enti (comune, provincia) e le forze dell’ordine, venivano scavate personalmente dai giornalisti visto che non erano ancora in auge le conferenze stampa di oggi.

E ciò fece avvertire la necessità di aprire una redazione che facesse da pendant con quella barese de La Gazzetta. Non fu poco l’impegno dei corrispondenti del tempo nel realizzare una specifica redazione (una piccola stanza per pochissime persone).

Il quotidiano allargò, per mezzo delle pagine dedicate alle province prima e poi di quelle uniche per città, il vastissimo campo della cronaca locale e provinciale.

Si affidava questo racconto anche a penne di eccezionale valore a qualunque parte appartenessero. Un pluralismo di collaborazioni, specie dei giovani che, sin dal principio, non è venuto mai meno.

Nell’attuare una scelta così penalizzante, bisognerebbe avere la consapevolezza che privando la comunità di un qualsiasi servizio, piccolo o grande che sia, lentamente la si fa morire e qui sta la mia grande amarezza.

Quando un quotidiano chiude vuol dire che tutti, compresi quelli che restano sulla piazza, hanno perso.

Al di là delle parole di circostanza e delle dimostrazioni di solidarietà, sarebbe giusto che qualcuno spiegasse perché un giornale così radicato sul territorio, finisce per chiudere i battenti.

Il dispiacere è anche per una testata che fa parte della storia dell’editoria nazionale e che contribuisce con la sua voce alla pluralità dell’informazione.

Ogni azienda in difficoltà che si trova a dover chiudere è una ferita economica e sociale per il nostro territorio, ma un media che si spegne rende più fragile anche la nostra democrazia.

In questi momenti non si può non pensare ai giornalisti della redazione nordbarese, veri e propri stakanovisti dell’informazione ai quali, purtroppo, è mancato un appoggio costante e robusto come quello che, indipendentemente da ogni valutazione politica, hanno sempre fornito gli editori che si sono succeduti alla proprietà del quotidiano.

Si era riusciti a creare una fitta rete di collaboratori e corrispondenti animati da una fede illimitata nella bontà del progetto e dell’dea di informare in maniera giovanile, magari, talvolta, anche ingenua, ma sempre puntuale.

La vita, però, insegna che, per sempre, non è mai o quasi!

Anche per questo la triste e incessante scomparsa di testate giornalistiche e di ciò che rappresentano in sé e per le nostre comunità, è una realtà il cui verso deve essere assolutamente invertito e bisogna che sia una netta inversione di matrice culturale quanto politica.

Come al solito mi succede in circostanze simili a questa, tento di proporre qualcosa che possa essere utile ad arrestare il triste fenomeno e si perché, come in ogni cosa di matrice sociale, anche noi tutti possiamo, nel nostro piccolo, fare qualcosa a cominciare dal comprendere, nuovamente, l’importanza dei giornali e soprattutto, di quelli che sopravvivono nei centri come il nostro, difendendo la loro preziosa presenza e il valore inestimabile che rappresentano.

Perché, statene certi, quando chiude un giornale, è come se si chiudesse un pezzo di società ovvero una parte della nostra dimensione civile, umana che null’altro potrà sostituire alla pari.

Sta al lettore quindi, a mio modesto parere, tornare come cliente a cercare nel piccolo, a ritrovare il profumo della carta e della stampa.

     Non sempre, infatti, la miglior informazione è quella più esposta ed illuminata dalle luci dei computer.

    È la ricerca, il voler trovare qualcosa che si è sempre desiderato ma mai trovato e che all’improvviso si materializza nelle pagine fruscianti del quotidiano che si rivela una rarità, una perla.

    Per il momento non mi resta che condividere la preoccupazione di tanti che vedono, nell’abbandono del quotidiano, una comunità più povera nella vita relazionale umana e sociale, una perdita di un presidio territoriale fondamentale nel pluralismo informativo democratico che rappresenta un patrimonio per l’intera collettività.

Ogni voce dell’informazione che si spegne è uno stimolo in meno al pensiero e un pezzo di libertà che viene a mancare.

Michele  GRIMALDI – Responsabile della Sezione di Archivio di Stato di Barletta 

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