Barletta accoglie bimbi di Chernobyl e Fukushima

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La comunità pugliese si è dimostrata una delle più disponibili ad aiutare le popolazioni ucraina e bielorussa in passato, giapponese adesso: la sesta provincia è stata inondata di richieste di affidamento da parte delle famiglie per aiutare i minori in questa situazione di forte pericolo. Oltre ai danni causati dalle radiazioni oggi, questi bambini dovranno affrontare i rischi che la procreazione comporta negli individui che sono stati esposti ad esplosioni di questo calibro: in Giappone, molti di loro trascorrono tutto il tempo rinchiusi in casa, non respirano aria salubre e vivono malissimo.I pochi che escono si recano soltanto nelle scuole con apposite mascherine, ma vengono prelevati subito dopo la fine delle lezioni e non passano del tempo con i loro coetanei.

La libertà in Giappone è diventata un lusso per pochi, e iniziative di questo genere aiutano i bambini a ristabilire non solo un certo equilibro fisico, ma anche a ritrovare quello status psicologico di serenità minima che è necessario per crescere sani e in armonia con se stessi e con il mondo.L’associazione Cuore, insieme ad altre associazioni di volontariato pugliesi, ha contattato l’ambasciatore giapponese a Roma subito dopo il disastro di Fukushima, dichiarando la pronta e incondizionata disponibilità ad ospitare nelle diverse famiglie i piccoli giapponesi esposti alle radiazioni. Dopo un iniziale diniego che ha lasciato tutti con l’amaro in bocca, dovuto alle difficoltà di mandare dei minori a così grande distanza dalle loro famiglie d’origine, si è pensato ad un progetto pilota che permetta a trentacinque bambini giapponesi di essere ospitati in Italia, dei quali ben undici in Puglia.“Si spera che l’iniziativa faccia da apripista per altre esperienze così positive. I bambini rimangono qui un mesetto, e il nostro obiettivo è che decine e decine di bambini vengano aiutati da famiglie pugliesi, che siano forti e abbiano i mezzi per farlo.

Non sono bambini orfani, non si richiede di sostituire i genitori con una vera e propria adozione: solo di mettersi a disposizione e di rimboccarsi le maniche per far vivere loro un periodo felice lontano dal luogo dove regnano le radiazioni” ha dichiarato il dottor Lauro, presidente dell’associazione.L’integrazione non è sempre facile: con sette ore di fuso orario e una lingua completamente diversa, i bambini stentano ad ambientarsi immediatamente nelle famiglie ospiti, a fare amicizia con i fratellini acquisiti e ad abituarsi alla cucina e alle abitudini italiane. Tuttavia, con l’amore che solo la famiglia sa dare e la spontaneità tipica dei bambini, la fuga dall’inferno radioattivo può diventare un viaggio colorato alla scoperta dell’Italia.

Rachele Vaccaro

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