Tragedia di Lampedusa, Commissione diocesana Migrazione: «Una nuova ferita, basta con gli alibi»

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“A volte, nei primi momenti, siamo trascinati da mille emozioni, quando si apprendono notizie di tragedie come quella accaduta a Lampedusa.

Ci lanciamo in emotivi appelli al cambiamento, cimentandoci nello sport del momento: cercare colpevoli, scafisti, complici, magari iscrivendo i sopravvissuti sul registro degli indagati, forse chiedendoci perché loro non sono morti con gli altri.

Sono sopravvissuti perché erano in troppi su quel barcone; oppure avevano pagato un po’ di più rispetto a chi era diventato semplice zavorra ed era ammassato sottocoperta.

A distanza di alcuni giorni, le notizie di quell’ecatombe accaduta sotto gli occhi delle nostre coscienze stanno per essere sedimentate, metabolizzate, quasi digerite dalla voracità del tempo.

Mentre “quei servi inutili” dei soccorritori lampedusani continuano ad accatastare bare e i sub ad immergersi per recuperare morti, nel Centro di Prima Accoglienza dell’isola, troppe persone rivedono come in un film che si riavvolge la “loro” di traversata, o cercano di ricordare magari un attimo di quel viaggio che era speranza di vita nuova divenuto crudo dolore per essere, ora, solo un numero tra i sopravvissuti.

Il ministro per l’integrazione ha ripetuto che “nulla sarà ancora così dopo questa immane tragedia”; vogliamo sperarlo e soprattutto crederlo! Ma la nostra memoria ha già dimenticato le 13 vittime di Scicli di due giorni prima?

I fiumi di commenti del primo momento non devono lasciare il posto a lenti disimpegni da parte di coloro che ora DEVONO far qualcosa e non solo limitarsi a chiedere interventi già messi in cantiere dalla Comunità Europea ma mai accolti per mere ragioni di politica interna.

In fondo all’isola dei Conigli si è aperta una nuova ferita, una nuova piaga sul corpo del Crocifisso; non lasciamola incancrenire: stavolta non avremmo alibi!“.

 


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