San Ferdinando di Puglia, denunciò molestie e fu licenziata: vince la causa, può tornare a lavoro

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Si conclude così la storia assurta agli onori della cronaca un anno fa della donna del piccolo centro della nuova provincia pugliese che trovò la forza ed il coraggio di denunciare l’inferno nel quale era costretta a vivere.

 Nella sentenza il giudice scrive che gli elementi di valutazione offerti dalla donna “rendono del tutto verosimile che il datore di lavoro le abbia intimato il licenziamento per un intento di rappresaglia a fronte delle iniziative giudiziarie intraprese dalla lavoratrice per denunciare le molestie sessuali subite”. Secondo il giudice la “violazione delle regole di buona fede nell’individuazione del lavoratore da licenziare induce alla conclusione per cui il datore di lavoro, pur nell’ambito di una vera crisi economica, abbia individuato la ricorrente quale lavoratrice da licenziare esclusivamente per un intento di ritorsione”.

Il Tribunale ordina il reintegro e condanna l’azienda a risarcire il danno subito dalla donna con “il pagamento di un’indennità corrispondente alla retribuzione globale di fatto maturata dalla lavoratrice dalla data del licenziamento sino all’effettiva reintegrazione” e a “versare i contributi assistenziali e previdenziali”.

 “Abbiamo vinto il ricorso – commenta Luigi Antonucci, segretario generale Cgil Bat – presentato dall’avvocato Pietro Sciusco ed il licenziamento della dipendente è stato annullato. Siamo contenti di come sia andata a finire questa storia, si tratta certamente di un successo ma la nostra volontà è quella di far capire, tramite questa triste vicenda, a tante altre lavoratrici e lavoratori vittime di maltrattamenti che è importante parlare di ciò che subiscono. Sappiamo che molto spesso la paura prende il sopravvento ma l’invito che facciamo è quello di denunciare. Il messaggio è che nella battaglia per il riconoscimento dei propri diritti e della propria dignità nessuno è solo. Ricordiamo, inoltre, che, in presenza di ristrutturazioni aziendali, la scelta dell’organico da ‘sacrificare’ non può essere fatta secondo le scelte personali del datore di lavoro ma seguendo una logica ben precisa. Non solo, in questi casi l’art. 18, anche se tanto osteggiato, ha un profondo valore per porre rimedio ai torti che i lavoratori subiscono”.

1 COMMENTO

  1. PROSTITUIRSI ALLE BAGGIANATE ORMAI è DIVENTATO ALL’ORDINE DEL GIORNO,SE A FARLO è UN “GIUDICE” LA COSA FA RIFLETTERE. A PARER MIO CI SAREBBE UNA NETTA INCOMPATIBILITA’ TRA LE DUE CONDANNE,L’UNA PENALE LA QUALE SANCISCE UN ADDEBITO DI COLPA AL DATORE DI LAVORO,L’ALTRA IN FAVORE DELLA”LAVORATRICE” A FRONTE DI UN REINTEGRO NELLO STESSO LUOGO IN CUI LA SIGNORINA HA VISSUTO L’INFERNO. ALLORA CHIEDO A VOI TUTTI DI RISOLVERE TALE REBUS.. IL LUPO HA CAGIONATO DANNI IRREVERSIBILI ALLA PECORA, ORA COME POSSONO CONVIVERE(AI SENSI DI UNA CONDANNA) IL LUPO E LA PECORA???!!! E COME PUò,LA PECORA,AVANZARE TALE RICHIESTA??!! INVITO TUTTI A RIFLETTERE..ASSURDA LA VICENDA,VENDUTA LA GIUSTIZIA,GENUFLESSIONE DI MOLTA GENTE..VERGOGNA! LA LAVORATRICE PROVASSE REALMENTE A STARSENE ALLA LARGA E A VIVERE DEL PROPRIO SUDORE..

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