Riforma Province, l’ass. Damiani: «Taglio dei costi? No, della democrazia»

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“Meno democrazia, più burocrazia. Uno slogan perfetto per il ddl Del Rio sull'”abolizione” delleProvince approvato  alla Camera dei Deputati, tra gli applausi di chi o non ha ben compreso la reale portata della riforma o non ha il coraggio di affrontare la verità”, esordisce Damiani.

“Comprendo che sia facile pensare che la mia sia una difesa “interessata”, in quanto direttamente coinvolto, come amministratore e come cittadino di una delle 52 province destinatarie della riforma; tuttavia, mi sia concesso il beneficio della buona fede, alla luce della quale proverò a tracciare un quadro attraverso una disamina, soprattutto finanziaria, della situazione che la nuova disciplina delle Province introduce, per argomentare le ragioni del mio dissenso.

Partiamo dal taglio dei costi della politica, argomento di facile presa sulla pancia del Paese, considerati i tempi di drammatica crisi economica: le Province, così come organizzate fino a questo momento, incidevano complessivamente sul bilancio statale per una spesa pari all’1,5%. Importo minimo dunque, a fronte del quale tuttavia erogavano direttamente servizi fondamentali al cittadino, quali la manutenzione di strade, scuole, la formazione professionale.

Di questa cifra poi, in media il 98% della spesa corrente consta di voci quali il personale, le sedi, la locazione degli edifici scolastici, i mutui contratti, mentre i cosiddetti costi della politica (indennità per il Presidente, la Giunta e il Consiglio) incidono in media appena per il restante 2%: in cifre, nel caso specifico della nostra provincia di Barletta-Andria-Trani, su 31 milioni annui di spesa corrente (dato tratto dal Bilancio consuntivo 2013), il costo della rappresentanza politica è stato di 658.850 euro, cioè in percentuale pari a poco più del 2%.

In dettaglio, ecco i costi: Giunta (compreso il Presidente) 349.600 euro, Presidenza del Consiglio Provinciale 39000, Consiglio Provinciale 187.250; a ciò si aggiungano 83000 euro per oneri derivanti dai rapporti di lavoro.

Bene, cosa cambia con la tanto attesa e applaudita “abolizione” delle Province? Poco o molto, a seconda dei punti di vista: poco in termini di burocrazia, molto in termini di democrazia. Da oggi, infatti, gli organi amministrativi non saranno più liberamente eletti dai cittadini ma continueranno ad esistere in veste di organi di secondo livello, derivati dagli enti comunali: il Presidente della Provincia sarà il sindaco del Comune capoluogo; la Giunta sarà formata da tutti i sindaci del territorio, mentre il Consiglio avrà un numero di membri compreso tra 10 e 16 (per la BAT 12) scelti tra tutti i consiglieri comunali e i consiglieri provinciali uscenti. Tutti gli incarichi saranno svolti a titolo gratuito. L’apparato burocratico-amministrativo resta dunque intatto, anzi direi che si complica a causa della nuova modalità di reclutamento dei componenti i vari organi: pensiamo infatti alle Province con decine di comuni e all’ingovernabilità che ne deriverà.

Quale reale risparmio comporterà questa riforma per le tasche dei cittadini? Pari a niente. Restano in vigore tutte le tasse come la RC auto, la IPT, la Cosap, i mutui contratti dall’ente.

Ne valeva la pena? A livello propagandistico sicuramente. Una riforma che definire demagogica e populista sarebbe un complimento, se si intendono tali termini nell’ accezione positiva di guidare i ceti più deboli verso un miglioramento delle proprie condizioni. Al contrario, questa riforma avrà ricadute solo negative sulla vita quotidiana dei cittadini, che vedranno delegati alla Regione tanti servizi finora gestiti da un ente intermedio più vicino alle loro necessità. Il Governo Renzi va avanti “come un rullo compressore”, secondo il premier: ha ragione, travolge proprio tutto, democrazia e diritti compresi”. 

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