Barletta, Registro Unioni Civili: riflessioni del Centro di Promozione Familiare

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“Un’esperienza che viene da lontano, quindi, e che testimonia l’interesse costante e non dell’ultima ora,  per il bene comune e per la famiglia in particolare.

La nostra Associazione, per onestà intellettuale e per coerenza con i valori cristiani a cui si ispira,  pur evitando atteggiamenti discriminatori, non può condividere l’istituzione del Registro delle Unioni Civili. Per noi cattolici l’unione matrimoniale ha carattere sacramentale, così come recita il Codice di Diritto Canonico al canone 1055:  “Il patto matrimoniale con cui l’uomo e la donna stabiliscono tra loro la comunità di tutta la vita, per sua natura ordinata al bene dei coniugi e alla generazione e educazione della prole, tra i battezzati è stato elevato da Cristo Signore alla dignità di sacramento”. La nostra coscienza di cristiani non può ignorare gli insegnamenti del Signore e, con convinzione, ribadisce il valore del matrimonio. È pur vero, però, che in un confronto democratico che coinvolge la cittadinanza, a prescindere dal credo professato, è necessario affermare altri principi più comuni.

Crediamo fermamente che il buon governo di una città si dimostri anzitutto nella capacità degli amministratori di ascoltare le istanze e i bisogni di tutti i cittadini e di rendere loro ragione delle scelte fatte, tra le varie istanze, secondo criteri di competenza, trasparenza, ragionevolezza e adeguata comprensione e graduazione delle priorità e delle urgenze del territorio.

Proprio per questo ci preoccupa il diffondersi di interventi amministrativi a livello comunale che pretendono di regolare le relazioni private tra le persone strumentalizzando le specificità della famiglia, istituzione che invece fin dal disegno costituzionale esige regolazione, promozione e tutela, in quanto società naturale, di cui la Repubblica “riconosce” i diritti.

Siamo quindi contrari alla istituzione dei registri comunali delle unioni civili essenzialmente per tre ordini di motivazioni: sociali, giuridiche, culturali.

  1. 1.     Dal punto di vista sociale:

le vere priorità e le ragioni per cui vanno perseguite.

Le difficoltà sociali ed economiche del momento indicano come non più rinviabile l’adozione di serie politiche familiari che – a partire dall’adeguamento delle tariffe dei servizi comunali ai reali carichi familiari – sappiano investire sulla risorsa famiglia, perno fondamentale dei meccanismi che stanno aiutando la nostra società a sopportare la grave crisi e che contribuiranno a far ripartire l’economia del Paese. È ormai noto che la famiglia, con la sua soggettività sociale ed economica, è il primo motore di ogni comunità organizzata, come sancito dalla nostra Costituzione e come riconosciuto anche dall’ONU, che nella dichiarazione universale dei diritti dell’uomo afferma che è “cellula naturale e fondamentale della società” e “ha diritto alla protezione della società e dello Stato”. È la famiglia, in questo momento, a reggere il Paese e a dargli un futuro, educando, istruendo e sostenendo i figli ed i loro progetti.

  1. Dal punto di vista giuridico:

Se l’obiettivo dei Comuni è estendere i propri servizi ai conviventi va sottolineato che già oggi i conviventi fruiscono di tutti i servizi erogati dagli enti locali e non è necessario istituire un registro, essendo sufficiente individuare quali prestazioni e servizi sono attualmente negati ai conviventi, per poi modificare i regolamenti comunali per estenderne l’accesso a questi ultimi, laddove si ritenga che la loro esclusione sia discriminatoria.

È pacifico che i Comuni non abbiano competenza per creare un nuovo “status” personale dei loro cittadini, perché l’art. 117 comma 2 lettera i) della Costituzione riserva esclusivamente alla legge statale la materia “stato civile e anagrafi”. In realtà un registro delle coppie di fatto intende fare proprio questo: riconoscendo all’unione civile una determinata soggettività, attribuisce ai soggetti che lo compongono un nuovo status.

La parificazione che il registro dichiara di voler realizzare, dunque, sul piano dei rapporti interni ai conviventi è priva di reali effetti, mentre sul piano dei rapporti con la civica amministrazione è iniqua e discriminatoria poiché crea una categoria di formazioni sociali i cui componenti sono titolari di soli diritti/prerogative/ benefici senza indicare alcun dovere corrispondente, disattendendo non solo l’art. 3 ma anche l’art. 2 della Costituzione che, nel riconoscere i “diritti inviolabili dell’uomo” richiede l’ “adempimento dei doveri di solidarietà politica economica e sociale”.

La formazione di una coppia di fatto è frutto di libera scelta privata delle due persone che la compongono e non espressione di una loro condizione originaria e costitutiva di inferiorità personale che richieda un intervento pubblico correttivo: è offensivo e ghettizzante dare ad intendere a chi abbia scelto di non sposarsi che è bene, quanto meno, lasciarsi “censire” in un registro. Se lo scopo del registro è superare una discriminazione esso, piuttosto, pare determinarla.

D’altra parte, è ammissibile che i Comuni neghino ai conviventi che non sono registrati benefici e diritti riconosciuti ai conviventi registrati? Se lo scopo è quello di non discriminare situazioni identiche nella sostanza, che differenza può porsi tra due conviventi iscritti al registro e due conviventi non iscritti? Le persone sono obbligate a registrarsi come coppia, se non sono sposate ma solo coabitanti, per godere dei servizi del Comune?

Le persone che compongono le “coppie di fatto” non possono godere, allo stato attuale della nostra legislazione, di istituti riservati ai coniugi come la quota di successione ereditaria legittima, la pensione reversibile, le agevolazioni lavorative previste dalla legge. Tuttavia i componenti delle coppie di fatto non hanno, a differenza dei coniugi, reciproci obblighi di coabitazione, fedeltà, mantenimento ed assistenza morale e materiale: un registro comunale non ha la competenza per, né l’obiettivo di estendere questi diritti e questi doveri alle coppie di fatto. Quale sarebbe dunque l’utilità della sua istituzione? In che modo il registro è in grado di tutelare il convivente debole?

  1. Dal punto di vista culturale:

Quanto, infine, ai profili culturali delle iniziative per l’istituzione di un registro comunale delle unioni civili a fronte dell’assenza di misure di favore per agevolare il matrimonio delle coppie, soprattutto quelle giovani, preoccupa il fatto che l’istituzione di un registro diffonda l’idea, soprattutto presso le giovani generazioni, che la precarietà delle relazioni affettive è promossa dalle pubbliche istituzioni, come bene comune.

È noto, infatti, che la costituzione o lo scioglimento dell’unione civile è limitata all’assunzione o alla cessazione della convivenza, senza altre formalità, quasi una sorta di “consumismo” delle relazioni, che possono venire facilmente rottamate come le auto o gli elettrodomestici. È altresì noto che le unioni civili non imporrebbero obblighi ai componenti della coppia, sicché un registro manderebbe il messaggio che la società approva che alcune formazioni sociali siano luoghi di soli diritti, senza corrispondenti doveri.

Riteniamo che lo sganciamento dei diritti dai doveri e la promozione della precarietà, che è invece diffusamente percepita come negativa laddove si parla di lavoro, di abitazione, di servizi pubblici, siano iniziative etiche del Comune, intrusive rispetto alla libertà di educazione delle famiglie e, anzi, specificamente, diseducative rispetto alle nuove generazioni”.

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