Canosa di Puglia, caduti a Nassiriya. Il sindaco La Salvia: «Figli e figliastri dei senza memoria»

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“Lo diceva Pasolini qualche “millennio” fa: “non avere memoria del proprio passato è tipico degli italiani”, ed il compito delle Istituzioni è tenere alto il nome di chi è morto, onorando i colori della bandiera puntata sul petto”. Nell’Italia democratica, che costituzionalmente ripudia tutte le Guerre, il 4 novembre rappresenta il giorno nel quale si ricordano i “caduti” e attraverso questi, si onorano le Forze Armate.

Come tutti gli anni, lo scorso 4 novembre, corone d’alloro sono state deposte sulle lapidi dei canosini uccisi dal nemico austro-ungarico nel Primo conflitto mondiale. Quest’anno c’è stata una annunciata novità: l’Amministrazione dopo la manifestazione conclusasi sotto il Monumento ai Caduti in Villa comunale, e una messa ad hoc dedicata, ha ricordato la figura di un ventitreenne figlio di questa terra, morto affogato su una motonave che lo deportava, dalla Grecia alla Germania nazista, perché italiano e militare.

Milioni i militari morti per difendere la Patria, milioni le mogli e i figli rimasti orfani, per preparare generazioni ad altra carneficina. Non ci appartiene il voler sapere le ragioni dei barbari che dichiarano guerra, ci interessano uno ad uno quei caduti, con le loro storie, le loro vite spezzate, le mancate certezze lasciate in eredità ai figli. Uno per uno. E chi muore per difendere un ideale è accomunato da quella stessa bandiera che non porta sotto una data né un luogo e nemmeno la quantità di sangue lasciato sul terreno, ma solo ricorda il più alto dei sacrifici: quello della vita.

Che senso ha in quest’ottica dimenticare i diciottenni partiti e fattisi ammazzare cento anni fa, piuttosto che quelli di 50 o 10 anni fa? Come griderebbe un ufficiale di picchetto tenendo alto il viso: “onore ai Caduti”. Tutti! Nassiriya, è solo una parte. Un frammento di una tragedia che indipendentemente dalla ragione e dalla volontà, una per una, racconta storie di vite interrotte per il vantaggio di altre. Non tenere assieme il ricordo, significa discriminare e, nei fatti, offendere: come se morire sul Carso o nell’Agro Pontino, sia diverso che morire a Nassiriya. Con la stessa bandiera puntata sul petto.

Non strumentalizzate la morte. Milioni di persone sono morte perché potessimo costruire una collettività civile e coesa. Non certamente per offrire argomenti di strumentalizzazione capace di cannibalizzare anche la morte dei figli di questa Patria.

Davanti al monumento ai Caduti, il 12 novembre 2013 si sono raccolte una trentina di persone che hanno silenziosamente commemorato i Caduti di Nassiriya: quasi tutti erano assenti nella parte finale della commemorazione dell’ultimo 4 novembre. Durante analoga manifestazione, qualche anno fa, un vecchio militare in congedo gridò alla fine della celebrazione “onore ai soldati di pace”: nessuno li strumentalizzi per guerriglia da operetta”. 

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