Riforma Province, Camero: «Troppi dubbi di costituzionalità, la Bat si difenderà»

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“Per dirla con un ossimoro, il silenzio assordante della Corte Costituzionale che ha rinviato a nuova data la decisione sui ricorsi proposti dalle 8 regioni, scegliendo di tacere, è di per sé molto significativo sulla delicatezza della questione che, se passasse secondo la procedura indicata dal Governo Monti, creerebbe il precedente sulla solidità ed intangibilità della nostra Carta Costituzionale. Che, può essere modificata nel rispetto di rigide regole e maggioranze qualificate, lontane dai provvedimenti d’urgenza e dai colpi di mano di “tecnici” frettolosi.

Si ha l’impressione che alla fine tutto rimarrà come prima e questa volta non certo per colpa di politici incollati alle loro poltrone, quanto per l’esigenza di rispettare le norme, non solo nazionali, ma anche comunitarie, che lo Stato medesimo si è dato od ha recepito, a garanzia della tutela del territorio, delle popolazioni e nel rispetto di principi che valorizzano i localismi come quelli che difendiamo nella BAT.

Senza atteggiarci ad esperti giureconsulti, riportiamo, nei passaggi essenziali, il parere del Prof. Capotosti, Presidente emerito della Corte Costituzionale che ha fatto conoscere l’interpretazione del quadro costituzionale applicabile al procedimento di riordino delle Province, previsto dall’art. 17 del d.l. n. 95/2012. Nei dieci punti, l’illustre giurista ha demolito il dispositivo governativo, ha smontato interamente il costrutto del legislatore con un ragionamento che ha evidenziato ed accertato una lunga serie di incostituzionalità in cui il Governo è incappato.

La nostra Costituzione (art. 133), da un lato attribuisce al legislatore statale la potestà di revisione delle circoscrizioni provinciali, ma, dall’altro, impone una serie di adempimenti a garanzia della partecipazione al procedimento delle comunità territoriali interessate. Garanzia che verrebbe meno se lo Stato potesse disporre a piacimento dell’identità degli enti relativi, sopprimendoli, unificandoli o attribuendo parte della popolazione, ora all’uno, ora all’altro. La nostra Repubblica è “costituita” da “Comuni, Province, Città Metropolitane e Regioni”, per cui anche le Province godono di quel diritto all’integrità territoriale, che può modificarsi solo attraverso procedure previste dalla Carta Costituzionale.

Per altro verso nemmeno la Regione Puglia ci ha trattato meglio, affrontando l’intera fase endoprocedurale, by-passando previsioni normative come, l’art. 123 Cost., l’art. 45 dello Statuto regionale e la L.R. n. 29/2006, che nel caso di specie imponevano un passaggio dinanzi al Consiglio delle Autonomie Locali, in Puglia mai insediato!

Un caos istituzionale e legislativo incalza la Riforma delle Province.

La sensazione è che il Governo Monti, sul problema, abbia commesso errori che incideranno sulla credibilità e sul futuro di quei “tecnici”, molti dei quali si ha l’impressione che aspirino all’agone politico.

Il “riordino montiano” ha ignorato il principio di sussidiarietà, elemento cardine dell’Unione Europea che, con il Trattato di Maastricht ha auspicato, nel preambolo, “che le decisioni siano prese il più vicino possibile ai cittadini”. Principio incorporato nella nostra Costituzione a partire dal 2001 e che, nell’attuazione pratica, ha significato, per tutti gli aderenti all’UE, l’articolazione degli Stati su tre livelli locali. Il Ministro Patroni Griffi ha invece ridimensionato il livello provinciale, azzerandolo nella sua sostanza, considerato che anche gli Enti che sopravvivranno sono stati svuotati di competenze programmatorie essenziali. C’è di più, con l’annientamento del livello d’area vasta, il nostro Paese difficilmente potrà competere con gli altri Stati Comunitari nel quadro dei finanziamenti di sostegno, per le difficoltà che si incontreranno nella programmazione di interventi riferiti a territori, non più caratterizzati da omogeneità e coesione; dalle terre federiciane, al Tavoliere, dal sub-appennino al Gargano e pesino le isole Tremiti troveremmo sul una provincia vasta come una regione e con più di un milione di abitanti.

A render meglio l’idea delle difficoltà future della prefigurata Provincia di Barletta Andria Trani e Foggia, qualora si confermasse l’accorpamento, è sufficiente pensare che nel solo Settore Agricoltura, avremmo esigenze diversissime e contrastanti; la Daunia mirerebbe a tutelare le colture estensive a grano e pomodoro, con bassi ricavi per ettaro, mentre il nord-barese, avrebbe tutto l’interesse ad ottenere interventi di sostegno sulle proprie coltivazioni principali quali: ciliegio, vite da tavola ed olivo da olio.

C’è la certezza che con un tratto di penna si stanno cancellando storia ed appartenenze geografiche millenarie; sono in pericolo attività imprenditoriali, posti di lavoro, investimenti di capitali. Inseguendo la spending review, questi tagli andrebbero a nocumento della tradizione più sana della nostra terra, perché distruggere il binomio territorio–economia, significa rinnegare il nostro passato, colpendo al cuore le speranze di crescita e di sviluppo del sud-est”.

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