Barletta, “Solidarietà per Gaza”: al collettivo Exit Luca Pellegrino testimone in Cisgiordania. Foto

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 Luca Pellegrino, un ragazzo barlettano che ha vissuto alcuni mesi nei pressi di Gaza, ha riportato attraverso foto e video la scioccante realtà quotidiana di chi vive nelle zone in conflitto del Medio Oriente. Luca è stato in Cisgiordania con I.S.M. “International Solidarity Movement”, un’associazione che offre sostegno al popolo palestinese, per documentare una realtà di soprusi e violenze quotidiane subite dal quel popolo e per rispondere alla richiesta degli stessi palestinesi che chiedono che la loro realtà sia portata oltre i confini del loro territorio martoriato.

Attraverso la sua testimonianza Luca ha mostrato ciò che accade durante tutti i venerdì di protesta nei villaggi occupati dagli israeliani e dai coloni che, anche se non sono militari, sono autorizzati a portare armi, alle condizioni di non-vita di adulti e bambini sotto assedio, costretti senza nessuno statuto ufficiale  a rinunciare alle proprie terre e alla possibilità di avere un futuro, agli attacchi notturni improvvisi e ingiustificati nelle loro abitazioni. Tra le prime foto mostrate, la cartina della Palestina che negli anni e attraverso vari trattati internazionali ha visto il proprio territorio sempre meno libero. La costruzione di un “muro di sicurezza” israeliano, creato per “evitare attacchi suicidi dei palestinesi” come fu detto all’epoca della sua progettazione e che taglia di netto le città e i villaggi lasciando ai cittadini territori mutilati e vite spezzate divise dal cemento.

Il muro che dovrebbe delimitare i territori destinati alla creazione dello Stato Palestinese è  di cemento alto 8 metri, fossati, filo spinato e recinzione elettrificato, è dotato di numerose torri di controllo, sensori elettronici, sistemi di rilevazione termica e telecamere, torrette per i cecchini. Il muro doveva seguire la Green Line, ma in realtà non coincide affatto con essa: la divisione penetra profondamente nella Cisgiordania, in alcuni punti addirittura fino a 6 Km oltre la Green Line. La popolazione della Cisgiordania è  perciò danneggiata attraverso la perdita della terra, l’imprigionamento in ghetti, e l’isolamento in aree di fatto annesse ad Israele. Questa barriera, da chi è ostile al progetto è chiamata anche “muro della vergogna”, “muro dell’annessione” o “muro dell’Apartheid”.

Molte famiglie sono state divise dal muro e per attraversarlo c’è bisogno di un permesso che anche dopo tante ora d’attesa al checkpoint potrebbe non arrivare. Luca Pellegrino nel raccontare la sua esperienza ha sottolineato che il checkpoint è un posto dove i palestinesi passano la maggior parte del loro tempo, tra controlli invasivi e capillari, figli, a volte,  di capricci militari che vedono anche negli anziani che stanno tornando a casa dopo aver fatto la spesa, pericolosi soggetti da spogliare, controllare e tenere in attesa per ore, sotto la pioggia o il sole rovente, di un lascia passare.

Un altro aspetto tragico della vita dei palestinesi assediati è la presenza israeliana nei loro territori,di colonie offerte ai coloni anche attraverso incentivi economici che possano agevolare il loro trasferimento. Queste vengono costruite sui territori palestinesi dopo che ai proprietari delle terre viene presentato un semplice foglio sul quale vi è scritto che quella terra non gli appartiene più. Luca ha girato delle immagini tra Gerusalemme e Ramallah dov’è costruita, su una delle colline più belle della Palestina, una colonia resa possibile dopo aver raso al suolo la vegetazione. Nella colonie, racconta Luca,  non manca nulla, ci sono parchi per i bambini e piscine, mentre una delle tattiche militari più violente per sollecitare l’abbandono dei palestinesi dei propri territori è quello della forte e costante privazione dell’acqua.

Ad Hebron c’è una colonia costruita all’interno della stessa città. I palazzi della città sono divisi su due livelli, in basso ci sono i palestinesi, in alto i coloni, la divisione è stata effettuata attraverso una rete metallica orizzontale. Anche questa rete, costruita per difendere i coloni (la proporzione è di 5000 soldati per difendere 500 coloni), non impedisce ai soldati di vedetta posizionati sui tetti dei palazzi, di lanciare sulla strada sottostante, luogo di mercato per i palestinesi, tutto ciò che gli è a tiro, dall’urina ai coltelli, ad un’acqua cosi sporca e nociva in grado di rovinare tutto ciò che tocca. Il commercio per gli abitanti di queste zone è una delle principali fonti di sostentamento.

La città, sempre per “motivi di sicurezza” è stata divisa in due zone: la zona H1 dove vivono i palestinesi e la zona H2 vietata ai primi e al loro mercato e sottratta alle loro attività, dove sono liberi di circolare i coloni. Elemento quotidiano per questo popolo, racconta Luca, sono le armi. Armi di ogni genere utilizzate durante le manifestazioni degli abitanti dei villaggi e che vengono sparate solitamente ad altezza uomo. Tra le più efferate, proiettili apparentemente di gomma, ma che all’interno, come dimostrato da Luca e dai altri volontari, contengono acciaio. Queste vengono sparate ad altezza collo, spalle e petto, l’obiettivo è quello di creare più invalidi permanenti possibili, come monito per la popolazione. Questo però non scaraggia chi vuole ribellarsi alla privazione della libertà.

Tra le testimonianze raccolte da Luca c’è quella di un ragazzino, che come tanti è cresciuto sotto il fischio delle bombe e giocando a nascondino con i proiettili, pregando di fare tana un giorno in più, il quale ha raccontato che durante le manifestazioni molti ragazzi vengono arrestati e costretti a firmare dei fogli nei quali è segnata una lista di nomi di “colpevoli”, istigatori della rivolta. Non firmare quel foglio significa perdere il diritto all’istruzione, quando possibile, al proprio futuro e quello delle proprie famiglie.

In fine Luca ha ricordato Vittorio Arrigoni, un reporter e attivista italiano fortemente impegnato nella causa palestinese, che credeva nella pace e da sognatore come lui stesso si riteneva, la sperava, rapito da un gruppo terrorista afferente all’area jihadista salafita il 14 aprile dello scorso anno e ucciso dopo poche ore la notte stessa.

Quotidianamente noi occidentali continuiamo a ricevere aggiornamenti su quanto sta accadendo fra Israele e Gaza, ma spesso il nostro sguardo resta spento, al sicuro nelle nostre abitazioni. In realtà è possibile fare molto di più che prendere solamente atto di famiglie sterminate  e bambini straziati dalle bombe. Il Collettivo Exit, infatti, in collaborazione con l’associazione genovese “Music for peace creativi della notte“, che da anni si occupa di raccogliere generi di prima necessità: medicinali, materiale sanitario e quant’altro, che poi provvede a consegnare personalmente alla popolazione palestinese, ha indetto per dieci giorni una raccolta fondi e di medicinali, soprattutto antibiotici e antiinfiammatori e garze da spedire a Genova  e che poi sarà inviata a Gaza. Sarà possibile partecipare a questa iniziativa recandosi presso il Collettivo Exit in Via Mariano Sante 37, dalle 18 alle 22.

Nicoletta Diella

 

Foto presentate da Luca Pellegrino:

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