Barletta, convegno Pax Christi su carcere minorile: ospite padre Saverio Paolillo

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A porla,  a se stesso e ai presenti, è padre Saverio Paolillo, missionario comboniano nativo di Barletta, da decenni impegnato in Brasile in battaglie per la difesa dei diritti umani, in particolare di bambini e adolescenti. A riflettere su “Diritti (p)reclusi: Italia-Brasile, due esperienze a confronto”, oltre a padre Saverio, il giudice del Tribunale di Trani Francesco Messina. Ai due relatori il compito di argomentare sull’utilità e l’efficacia, nell’ottica del recupero e del reinserimento sociale dei minori autori di reati, della pena detentiva in carcere.

“In questi ultimi anni si sta assistendo ad un fenomeno sempre più frequente in cui la comunicazione deforma la realtà, cioè sempre più spesso si confonde la certezza della pena con l’applicazione di misure cautelari”, ha esordito il giudice Messina. Un errore che accresce nei cittadini la sfiducia nel sistema giudiziario italiano, mentre in realtà “quando parliamo di “certezza” della pena si fa riferimento alla pena definitiva che deve esser applicata solo dopo condanna definitiva”.

Il giudice Messina esemplifica il concetto: “Bisogna, per esempio, pensare che quando si “concedono” gli arresti domiciliari, non si concede uno sconto di pena, in quanto gli arresti domiciliari sono una pena a tutti gli effetti. Ci troviamo, però, in un contesto in cui si “abitua” la gente a vivere le emozioni e ad agire di pancia e non razionalmente, cioè a suscitare talvolta reazioni immediate, e ciò può essere molto rischioso perché può portare ad una facile manipolazione della gente e delle loro opinioni e a desiderare vendetta piuttosto che giustizia”.

Se, vista dalla parte dei cittadini vittime di reati, la richiesta di giustizia che preveda il carcere resta comunque legittima, anche per il reo la detenzione può essere utile, perché “chi delinque ha bisogno di vivere il trauma e la crisi e di rielaborarli in senso positivo. talvolta  il carcere permette di recuperare e di reimparare il concetto di disciplina”, sostiene Messina.

“Ed è per tutto questo che un giudice deve esser anche un po’ psicologo e aiutare il reo in questo percorso di rieducazione.Uno stato civile deve esser attento e preposto anche a questo, far sì che la pena sia effettivamente rieducativa e che consenta al reo di reinserirsi nella società”, conclude il magistrato.

Alla rigorosa analisi giuridica del dottor Messina, si è affiancata la testimonianza emotivamente più coinvolgente di padre Saverio Paolillo, che afferma: “Non conosco il sistema penitenziario italiano e mi sono avvicinato al mondo carcerario nel’87 per caso.La prima cosa che ricordo è la perquisizione fattami prima di entrare in carcere per la prima volta:la ricordo come la situazione più umiliante che io abbia mai vissuto”. Da oltre un decennio vive in Brasile, “a lungo dominato da una cultura della dipendenza e della sottomissione. Erano i militari a concedere la transizione e la democrazia al popolo”. Parlando di minori, “in Brasile la legge sui bambini e sugli adolescenti è molto all’avanguardia,è molto garantista,ma in realtà poi nella fase di esecuzione sorgono i problemi, perché lo stato evita di riconoscere tali soggetti come soggetti di diritto e si manifestano tutte quelle contraddizioni che attraverso i mass media giungono fino a noi. L’art.227 della cost.tutela i bambini e gli adolescenti,infatti,tale tutela si applica in “regime di priorità assoluta” proprio perché sono creditori di debiti storici”, eppure il sistema contiene distorsioni.

“Per esempio, rinomata è “la legge del ventre libero”che consisteva nella libertà assoluta dei figli delle schiave,una legge assolutamente a favore dei bambini,almeno in teoria,perché poi nella pratica tali bambini che i padroni non accettavano,finivano per riversarsi nelle strade,pertanto ciò comportava in definitiva solo un aumento di abbandono di minori per strada”, evidenzia padre Saverio.

“Nel ’90 viene stipulato lo statuto dei diritti del fanciullo, non viene utilizzata l’espressione “minore”, perché ha una connotazione negativa, in Brasile minore è il bambino in una situazione irregolare. Con lo statuto i bambini non sono più oggetto di attenzione, di carità, di favori, ma diventano soggetti di diritto con diritti. Eppure, in Brasile lo stato diffonde quella che viene definita “cultura del panico”, che  serve per rafforzare il potere della polizia, incrementare la sicurezza privata gestita sempre da alti funzionari della polizia, a scapito di quella pubblica”.

Un ruolo purtroppo negativo nell’accreditare l’immagine dei ragazzi brasiliani come delinquenti è svolto dai media: “Meno del 10% dei delitti sono commessi dai minori, ma la stampa amplifica ogni volta le notizie, specie quando i reati sono posti in essere da bambini e fanciulli in modo tale da diffondere l’idea che i minori delinquono. Si divulgano solo notizie utili a sostenere la politica “ sleale” in maniera tale da evitare che altre categorie deboli della società, come i bambini, diventino soggetti di diritto e si rendano protagonisti di un processo di trasformazione della società stessa”.

Sebbene la detenzione in Brasile sia l’estrema soluzione, tuttavia “negli ultimi anni lo stato del Brasile è stato condannato dalla Corte Internazionale dei diritti umani perché non garantisce, purtroppo, ancora integrità psicofisica ai bambini e agli adolescenti privati della libertà personale”.

Nella sua attività a favore dei ragazzi che hanno la sventura di incorrere nella commissione di reati, padre Saverio si occupa “di ricostruire il contatto tra aggressore e aggredito per superare il sentimento di vendetta che comunque serpeggia nel nostro concetto di giustizia, cerchiamo di rendere i ragazzi responsabili delle proprie azioni e di comprendere il fatto commesso”. Responsabilità, comprensione, recupero: parole chiave che aprono le porte del carcere dell’anima, vera condanna per i ragazzi detenuti, in ogni Paese del mondo.

Martina Damiani

 

(Si ringraziano Valentina Depalma e Daniele Dagostino)

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