Tommy Dibari, intervista a un creativo molto “papà”: dei suoi libri, dei ragazzi, di sua figlia

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Autore televisivo e teatrale, presto papà del suo terzo libro, un creativo, pubblicitario, l’insegnante che riesce a far amare ai propri ragazzi il magico mondo dell’arte e della creatività. Le sue lezioni sono un continuo colpo di scena, riesce ad usare linguaggi dalle sfumature lontanissime tra di loro, il poetico del teatro che si intreccia al linguaggio immediato per lo spot.

Abbiamo intervistato una delle firme pugliesi più rinomate in Italia, autore di “Striscia la Notizia”, Direttore artistico del “Premio Zingarelli”, nonché un propagandista dell’immaginazione, docente nei Centri di Salute Mentale e nelle carceri. Si definisce un Robin Hood, un furfante gentiluomo delle emozioni, delle vite e degli sguardi che incrociano il suo che, con una macchietta sull’orlo inferiore dell’occhio sinistro, scruta una realtà tanto simile e diversa: Tommy Dibari ci ha concesso quest’intervista quasi intima. Scopriamola.

Anna Maria Ortese ha detto: “Spesso non sappiamo nulla di ciò che abbiamo nell’animo, finché uno scrittore non ce lo rivela.” Può capitare che sfugga anche cos’abbia nell’animo uno scrittore sino a quando non rilegge la sua opera?
“L’anima di uno scrittore è un po’ come il tentativo di uno scatto attraverso una macchina fotografica, devi prima mettere a fuoco poi quando sei convinto che quell’immagine meriti lo spazio che hai fantasticato per quella storia, è degno allora va bene. Ma certe volte non lo sa neanche uno scrittore. Io tutti i giorni, non ho sempre le idee chiare sul se ho messo bene a fuoco quello che ho dentro l’anima mia. Ma quando lo faccio, come diceva il mio maestro Dario Defidio, quando provo a fare contatto, quando mi sento, allora so che le cose si fanno più chiare: individuo l’immagine e scatto, ma non fuori, scatto dentro.”

Quali sono stati gli incontri più significativi per il tuo percorso professionale e umano?
Molti sono gli incontri che mi vengono in mente, il Dottor Marco Garavaglia (vicedirettore generale della Cairo Italia, ndr) sicuramente è stata una tra le persone più importanti, quasi un fratello, colui che mi tiene per mano da tanti anni e che mi guida in tutte le mie pubblicazioni, ma mi viene in mente il particolare incontro con i detenuti. Quando ho lavorato nel supercarcere di sicurezza di Trani, mi sono accorto che quella dimensione asfittica, claustrofobica, irreale che è la dimensione del carcere era un luogo non luogo in cui io incontravo una parte di me in contatto con loro… e quello diventava creatività. Ed è stato bellissimo. Non riuscivo a capire il senso della libertà e dello spazio e loro me lo hanno insegnato. Per farti capire, per un detenuto comune andare un’ora in infermeria era un attimo di fuga da una cella in cui si stava in sei senza aria. Il ricovero era una sorta di festa.

Hai nostalgia del passato? O Ti piace di più il presente in cui vivi?
Bella domanda. Ti dirò tre cose: questo è l’anno più bello della mia vita, perché c’è mia figlia, ho compiuto 40 anni ed è l’anno del mio libro e della mia autonomia, perché son 2 anni ormai che scrivo da solo e mi sono capitate tutte le cose più belle del mondo, l’avessi fatto prima! Ma al tempo stesso sono molto legato alla malinconia del passato, del passato vissuto, anche del dolore che ho vissuto e alla malinconia del passato delle cose che non ho vissuto. Se tu mi parli del Natale, io ho una grande malinconia in questi giorni di qualcosa che non mi appartiene ma che non c’è. Dice un poeta portoghese “Porto con me i segni delle ferite delle battaglie che non ho fatto”, c’è qualcosa di accaduto, un vissuto che noi non sappiamo ma che è parte di noi.

Quali sono le tue passioni?
Le mie passioni sono l’Oriente, le tradizioni popolari di mia suocera, la filosofia e la psicologia. Se mischiamo queste cose diventano un ME. Perché non posso mescolare le poesie Yaku con la frittella?

Sei un padre, se tua figlia domani ti venisse a dire: papà voglio fare la scrittrice, che cosa le diresti? Glielo sconsiglieresti?
Eh magari! Per adesso vorrebbe diventare ginecologa, psicologa, sindaco, clown, alcune volte il sindaco e il clown coincidono e la cosa più bella che mi ha detto è la levigatrice di vetri (lei ha detto lisciare, mò vediamo).

10403471_10205548917587007_2352145860425525499_nMi parli dell’ultimo progetto tenuto all’Istituto Lotti di Andria con i ragazzi a rischio dispersione scolastica e l’approccio che hai con questi ragazzi?
Il primo giorno è sempre difficile con tutti, con i bimbi dell’asilo, con i detenuti, con i ragazzi del Centro di salute mentale, con i miei studenti dell’università CIASU e con gli adolescenti a rischio, è difficile perché in generale chi ho di fronte è formato da una scuola non scuola e tutto quello che sa, diceva Ennio Flaiano, l’ha imparato a scuola, perciò da me si aspetta quello che regolarmente uno si aspetta. Poi succede qualcosa di magico che può essere anche frainteso, perché io ho un modo di fare lezione abbastanza diverso dal solito, ma non mi cerco l’anticonformismo. Ce l’ho proprio addosso. Quello che sento mi piace così tanto che vibro. Uno stato che non riesco descrivere, ma che è bello! Le difficoltà sono tante, bisogna metterci pazienza e mi piace l’idea di andare a cercare la luce nei luoghi non previsti. Quasi tutti i miei studenti mi amano molto, lo sento e mi succede costantemente e la cosa più bella è quando mi dicono “mi è servita quella cosa che mi hai detto”, molti ritengono che io gli sia stato utile come strumento.

Progetti in cantiere?
“Rino il ragazzo della carne” un racconto che diventa un ensemble e girerà in tutte le librerie italiane e un musical; Rino è un omaggio a Barletta degli anni’80, a febbraio – dott. Garavaglia permettendo – per le edizioni “Il Cairo” il mio terzo libro “Sarò vostra figlia se non mi fate mangiare le zucchine”, editoriali per Radio Selene per il terzo anno consecutivo questa volta oltre a sentirsi si vedono, li mostriamo sul web e saranno cattivi, graffianti, ironici, surreali com’è il mio stile nella vita in generale, e ancora continuo a scrivere per Mingo che sta partendo per una web series molto carina dove lui si rivolge ai politici, trattandoli come se fossero morti e – (in esclusiva per Il quotidiano Italiano, ndr) top secret : VADO A NAPOLI – FILM.

Un tuo peggior pregio e un tuo miglior difetto?
Mmhh … difficile, il mio difetto è… ok ti dico quello che veramente penso sia un difetto e vorrei modificare però ce l’ho: la vendetta. Io non colpisco mai per primo, MAI. Non mi interessa discutere con la gente ma se mi ferisci, mi vendico. Non me lo scordo mai se mi ferisci senza motivo. Ecco vorrei però non averlo, come diceva il mio maestro, vorrei avere una certa atarassia rispetto alle cose che ancora non ho raggiunto e qualche volta mi lego al dito quello mi fanno e mi ricordo, diceva una mia zia in dialetto : “Lei conserva”. Vorrei che non fosse così perché non aiuta e vorrei tanto smussare. Mentre il mio pregio non saprei forse il mio entusiasmo contagioso.. che a volte è quasi un rischio.

Dove hai mosso i tuoi primi passi?
La parrocchia di Sant’Andrea sicuramente dove ho avuto un grande maestro: poeta, regista, attore, scrittore un arista vero tale Don Gino Spadaro, il mio mentore e con lui facevamo teatro con i ragazzi del centro storico, del popolo, figli di pescatori, di disoccupati era un po’ il Don Tonino Bello della situazione e li raccoglieva e li curava, con lui ho mosso i primi passi, e “Rino il ragazzo della carne” è un racconto ambientato in quel contesto, un omaggio a quella storia però collocata in una Barletta degli anni’80, una Barletta che muore povera ammazzata dall’eroina, eroina che ammazzava soprattutto i figli dei poveri, di coloro che non erano consapevoli di quanto facesse male quella droga; poi in una radiolina locale, dormivo in una roulotte e facevo l’inviato e a mia madre dicevo che stavo in albergo, erano i tempi di Sanremo.

Prima di scrivere, un racconto o un testo, hai già in mente dove vuoi arrivare, segui una linea o ti lasci trasportare dalla tastiera e dai pensieri che vengono, stravolgendo addirittura la storia iniziale?
No, non mi lascio trascinare come un tappo di sughero in mezzo alle onde, non perché non creda che l’ispirazione non sia anche questo ma perché ritengo, come insegno ai miei studenti, che innanzitutto dobbiamo definire il campo di calcio, poi dentro ci possiamo mettere e fare tutte le piroette che vogliamo, ma dobbiamo sapere che il pallone non lo puoi prendere con le mani e questo aspetto è fondamentale. Ma una volta che ho finito il racconto, perché so dove voglio arrivare, ci sono degli aspetti che io metto a margine – e mi ha fatto vedere una bozza del nuovo racconto, con delle fughe, con delle ispirazioni pure come i sassi che la figlia vuole levigare i sassi come fa il mare, o ispirazioni dei libri che ha letto, bellissimo – delle ispirazioni senza regole, dove ognuno si lascia trasportare.

10841119_800544083325922_1122457852_nQuando hai capito, qual è stata la scintilla che ti ha fatto capire che da grande avresti fatto l’autore e lo scrittore?
Una cosa che mi ha detto un mio grosso agente di Roma: “Per buttarti giù devono venirti a sparare a pallettoni”. Ma perché ho incassato molto, nella mia vita e non professionalmente parlando. Ti parlo proprio della mia vita e sono molto emotivo e a volte penso vorrei seguire tanto i consigli di mia moglie, che è più pacata e più serena, e lo vorrei essere anche io, come dice Jack Gambardella “O lo sarò a 63 anni quando me ne andrò a vivere in una casetta in campagna”. La scintilla: il cinema Astra, avevo 14 anni, con le sedie di legno, e per il corridoio del cinema Astra passava un omino che diceva “aranciate birre e coca, giornali illustrati e panini imbottiti”, con questa specie di banchetto in legno legato al collo, e guardavo “L’attimo fuggente” e sapevo già quello che avevo dentro di me ma avevo bisogno che qualcuno mi desse una spallata e me la diedero Peter Weir e Robin Williams, e comprai le patatine e fumai la mia prima sigaretta. E la cosa bellissima era la luce del proiettore che ingoiava il fumo della sigaretta e se stavi in piedi ti cercavi il posto, potevi notare questa cappa di fumo che si confondeva con il cono di luce della proiezione della pizza del film, come nel film “Nuovo Cinema Paradiso”(film del 1988 scritto e diretto da Giuseppe Tornatore, ndr.)

Cosa ne pensi del futuro del romanzo e dei romanzieri contemporanei? O in ogni caso della letteratura contemporanea?
Secondo me  si fanno ancora romanzi e ci sono ancora bravissimi romanzieri che fortunatamente hanno il loro pubblico che li difende, poi ci sono quelli che hanno utilizzato l’ambito della letteratura per canalizzare le loro operazioni commerciali, ma per loro non c’è nessuna differenza tra scrivere un libro, fare un film o vendere gomme da masticare. La letteratura secondo me continuerà a vivere, e sono convinto che avrà anche un riscatto. Non credo nell’e-book. Credo ancora nel rapporto lettore-libro-carta.

Senti, ma come lo vivi il fatto di essere un autore per altri, artisti o comici o per il teatro, e non essere “riconosciuto” per questo, nel senso che pochi nel pubblico sanno che quella cosa l’hai scritta tu…
Io mi sento un po’ come uno chef, sta là in cucina e quando il piatto è buono i complimenti li fanno al proprietario, qualcuno poi, i più fini, dice complimenti allo chef. Ecco, noi autori godiamo, è una masturbazione celebrale molto particolare, perché noi ci ammucchiamo tra di noi, il nostro godimento è sapere che tu sei a casa e magari qualcuno sa, tua moglie o un esperto, e pensa :forte quell’affondo, si vede che dietro c’è la penna di Gennaro o di Tommy. Noi siamo contenti così, il nostro titolo di coda cioè è una dimensione diversa, io a teatro sto dietro alle quinte e gli addetti ai lavori mi vengono ad abbracciare o la mia studentessa è fiera di me. Noi siamo dei cuochi.

tommySbaglio o c’è un nuovo romanzo in pentola che firmerai da solo?
Si, è un libro tutto mio e narrerà dell’epopea più bella che ha attraversato la mia vita, mi riferisco all’adozione di mia figlia, ai suoi peripli, ai suoi sogni, ai suoi lembi. È una storia vera, per quanto poi alcune pagine siano leggermente alterate, un po’ per conservare la privacy e un po’ perché sono uno scrittore, un creativo. Delle verità sono un po’ modellate. Questo libro è dedicato a mia figlia, che è tutta la mia vita e anche a mia moglie molto e anche a me stesso. La vita non lo so perché, lungo il mio percorso mi ha sempre messo degli ostacoli contro cui io dovevo lottare. Ma riassumendo il mio libro è la storia che ho inventato per spiegare a mia figlia quello che è accaduto… Una notte io e mamma stavamo dormendo e abbiamo sentito una voce nella notte che gridava, sussurrava : MAAAA , PAAAA, allora io ho svegliato all’improvviso  anche mamma e le ho detto: “Dori ma hai sentito questa voce?” e lei non aveva sentito alcuna voce e siamo tornati a dormire e poi ancora quella voce ancora è tornata a sussurrare: MAAAA, PAAA, a quel punto ci siamo svegliati entrambi e anche Dori aveva sentito quella voce, ma in casa non c’è nessuno è pazzesco e poi proprio mentre eravamo svegli, la voce ha continuato a sussurrare e abbiamo seguito il filo di quella voce che ci ha portato di fronte ad un lago scuro scuro e nero nero. Doriana mi ha detto :” Tu che sei un buon nuotatore – a me piace fare subacquea –metti pinne, maschera e boccale e vai giù vai a vedere!” Sono arrivato al primo scoglio e non c’era nessuno, al secondo e ancora niente, e al terzo scoglio, in un cunicolo in fondo in fondo tutta sporca di sabbia c’era un pesciolino, il pesciolino Marianunzia che mi ha detto :”Mi puoi portare su?” e arrivata su mi sono presentato :” Io sono papà” e quando ha visto la mamma ha detto :”Sì io è qua che voglio vivere”. Questo ho raccontato di notte a mia figlia per spiegarle il passaggio dell’adozione senza che fosse una cosa forte. E spiegandole una cosa importante: spesso si pensa è la cosa più bella che ad un bambino possa capitare, quello di essere adottati. Noi dobbiamo imparare a capire che sei tu che sei meravigliosa nella nostra vita, sei tu la cosa più bella che mi potesse capitare nella vita. Alle volte dobbiamo decentrarci, alle volte il dolore dell’altro siamo incapaci di sentirlo, cerchiamo di immedesimarci nell’altro. Un gesto conta più di ogni altra cosa. Ecco, questo libro sarà un diario di bordo in solitaria.

Grazie Tommy e buona vita.

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