Giuseppe De Nittis e Nino Frank, morire d’agosto a Parigi con Barletta nel cuore

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Due vite parallele, da ripercorrere insieme a pochi giorni dai rispettivi anniversari.

DE NITTIS – Era il 21 agosto 1884 e Le Figaro scrisse: “Un artista di rara coscienza, un pittore di grande merito che ha il suo posto segnato in prima fila della scuola impressionista, Joseph De Nittis, è morto quasi improvvisamente a Saint Germain-en-Laye”. Peppino aveva solo trentotto anni, più della metà trascorsi fuori dalla sua Barletta. Ma quell’ultimo anno fu incredibilmente vissuto sull’altalena tra la celebrità da pittore affermato e il pettegolezzo tutto mondano dei salotti bene parigini.

Come ricordano Piero Dini e Giuseppe Luigi Marini nella monumentale opera omnia denittisiana pubblicata nel 1990 da Allemandi editore col sostegno della Cementeria ed un saggio di Ruggiero Mascolo, allora direttore della civica pinacoteca. “In febbraio De Nittis si trova ancora con la famiglia in Italia ed è molto rattristato nell’apprendere che un gran numero di falsi delle sue opere sono in circolazione. Da marzo a maggio vivono nella capitale francese; si vocifera che le loro condizioni economiche non siano più buone. De Nittis espone a Londra i tre pastelli del Trittico in vendita alla complessiva cifra di 2.400 sterline. Il 10 aprile De Nittis è ancora nel suo villino di Parigi. Dipinge La guardiana di oche, che invia al Salon insieme a Colazione in giardino e Fiori d’autunno. Esegue inoltre Figura ridente, un bellissimo Tramonto a tempera su un ventaglio e l’Autoritratto in piedi. Il 25 aprile è nominato Accademico di merito dell’Accademia di Belle Arti di Perugia. Il 1° giugno i De Nittis partono per Saint Germain-en-Laye, ma in luglio il pittore si sente già male. Il 19 agosto, sempre più sofferente, riceve per l’ultima volta de Goncourt: ha sul cavalletto l’estremo ritratto della moglie, in via di esecuzione, L’amaca. Giuseppe De Nittis muore nella sua villetta di Saint Germain-en-Laye il 21 agosto per congestione cerebrale e polmonare, lasciando 200.000 franchi di debiti.

“La morte di quest’uomo di trentotto anni – scriveva Goncourt – di questo ragazzo così amabile e così ingegnoso da procurarsi gioia e piacere, di questo pittore così pittore, salvo che per gli invidiosi e per i nemici, ha incontrato una simpatia tutta naturale. Ed è meraviglioso e toccante il lusso dei fiori deposti sulla sua bara”. Il pittore viene fatto imbalsamare e seppellire nel cimitero di Père Lachaise per volontà della moglie Léontine che, negli anni successivi, oltre a dedicarsi alle sue ambizioni letterarie, curerà l’educazione del figlio Jacques, laureatosi in medicina, e cercherà di non disperdere le opere rimaste nello studio del marito, fino alla donazione di gran parte di esse – 171 pezzi fra tele, tavole, acquarelli, pastelli, disegni, acque forti, puntesecche – al Comune di Barletta”.

 

RITRATTO DI NINO FRANK – L’intellettuale nato a Barletta che visse in Francia per tradurre i grandi scrittori e che inventò il romanzo noir al cinema. Un intellettuale dai mille interessi: traduttore, scrittore, giornalista, conduttore radiofonico e critico cinematografico italiano e tanto altro ancora. Nella sua lunga carriera che lo ha visto diventare uno dei più grandi traduttori in lingua francese della letteratura italiana ha ricevuto nel 1987 il Grand Prix nazionale di traduzione. Tutti o quasi lo ebbero per felice traduttore: Pavese, Brancati, Zavattini, Fenoglio, Sciascia, Calvino, Savinio, Malaparte, etc. Nino Frank, d’origine svizzera – tedesca e di lingua materna italiana, nato nel 1904 a Barletta, è morto a Parigi il 17 agosto 1988. Vide la luce qui perché suo padre, cittadino impiegato a Beziéres presso una ditta che importava in Francia vini pugliesi destinati a tagliare i vini del Bordolese, era stato inviato, nei primi anni del ‘900, a dirigere la succursale barlettana della ditta transalpina.

Chi era dunque Nino Frank, il più barlettano dei parigini, il De Nittis del Novecento letterario fra le due guerre? Frank meriterebbe una riscoperta culturale ben più profonda, a dimostrare verso la Francia di oggi l’eredità culturale ed il tributo versato da Barletta alla capitale della cultura europea.

E non sembri esagerato, perché Nino Frank, una volta trasferitosi a Parigi nel 1923 diventò amico e collaboratore del grande scrittore James Joyce, fondò con Bontempelli la rivista “900” della quale era inviato dalla capitale francese. La sua conoscenza dei pittori e scultori, dei poeti, scrittori e giornalisti, non soltanto francesi, che affollavano i bistrot parigini, gli permise di scrivere su di essi saggi interessanti e originali, rievocazioni di fatti ed episodi di vita vissuta. Tutta una fioritura ricchissima e variegata di ricordi e aneddoti riguardanti una vasta galleria di personaggi e figure affascinanti come James Joyce, Isaak Babel, F. Scott Fitzgerald, fino ai nostri Pirandello, Bontempelli, Italo Svevo, Bruno Barilli, De Chirico, Montale, e tanti altri. Inoltre è conosciuto per essere stato il primo critico cinematografico ad utilizzare l’espressione “film noir” per individuare il genere poliziesco nato negli Stati Uniti negli anni 40.

Eppure non ha mai dimenticato la sua città natia, Barletta, rievocata addirittura in un bel capitolo del libro «Le bruit parmi le vent», in cui alterna una scanzonata levità con improvvisi abbandoni alla commozione ed agli impeti di una viva e sincera nostalgia. Un figura importante, quella del letterato italo-francese Nino Frank, che la città di Barletta deve riscoprire per imboccare strade inusitate e affascinanti nella grande cultura d’Europa.

 

Nino Vinella, giornalista                                                                                     

 

 

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