Andria, “Magazzino 18” con Simone Cristicchi: interminabili applausi, per non dimenticare

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Metafora della nebbia fitta che per oltre mezzo secolo ha avvolto le tragiche vicende dell’esodo di circa 350 mila italiani dalle terre di confine di Istria e Dalmazia, cedute alla Jugoslavia dopo il secondo conflitto mondiale, l’archivista che “archivia tutto in fretta” senza porsi troppe domande, si ritrova catapultato dal suo ufficio romano del Ministero dell’Interno nel magazzino 18 del porto di Trieste, dove da decenni sono conservate le masserizie degli esuli mai più rivendicate dai proprietari: cataste di sedie, tavoli, armadi, lettere, oggetti personali di ogni genere, ciascuno con il nome del proprietario e una sigla; come carte d’identità abbandonate, in attesa di tornare a vivere.

Ed è proprio grazie all’arrivo dell’archivista incaricato di inventariare il tutto, che “lo spirito delle masserizie” si prende la sua rivincita: è così che gli oggetti diventano soggetti, iniziando a raccontare  storie personali volutamente dimenticate dalla Storia.

Mario, il postino staffetta del Regio Esercito tornato in licenza premio nel suo paese, prelevato di notte nella sua casa per “una pura formalità” e finito con i polsi incatenati dal filo di ferro ad un amico nelle viscere di una foiba, “tutti giù nella buca” come canta Cristicchi in una macabra filastrocca al ritmo di un colpo di bastone battuto sul pavimento come fossero uno, cento, mille spari e mille tonfi di corpi umani nelle cavità carsiche; Norma, la studentessa di Lettere 23enne stuprata da 17 aguzzini per una notte intera, prima di finire la sua breve vita in una fossa comune; Geppino, il medico chirurgo che dopo aver saputo della morte dei suoi due bambini nell’esplosione di mine sulla spiaggia di Vergarolla, rimase  al suo posto in ospedale a Pola per salvare gli altri feriti; e poi Marinella, morta di freddo a un anno in uno dei tanti campi profughi  allestiti sul territorio italiano per accogliere quegli “zingari” che lasciavano la propria terra perché incapaci di accettare “il vento di libertà comunista che finalmente investiva quelle regioni grazie al Maresciallo Tito”, come scriveva in quei giorni l’Unità.

“Li chiamavano fascisti, erano solo italiani”: fascisti contro comunisti o italiani contro slavi, qualunque sia stata la prospettiva scelta per giustificare le violenze, si è trattato di gente che ha avuto la sventura di trovarsi in un lembo di terra di confine mai sufficientemente apprezzata dall’Italia e prepotentemente ambita quale tassello mancante al progetto della grande Jugoslavia. Una vicenda simbolo purtroppo di tante analoghe tragedie contemporanee che si consumano nel mondo.

Quale monito da quelle pagine strappate per decenni dai libri della nostra storia? “Undicesimo comandamento: non dimenticare”.

Martina Damiani

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