A Barletta lo spettacolo teatrale “In ginocchio-Storie di mafia”

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Lei è una donna che in Cosa Nostra ha trovato un’identità, una posizione, una famiglia (in senso stretto e in senso allargato), e all’interno dei suoi “valori” si è formata e ha cresciuto i propri figli, per poi vederli morire scannati, sempre in ossequio a quei “valori”. Non mostra segni di pentimento, perché quello è il suo mondo, fatto di obbedienza al marito e bocche cucite, con i suoi “codici d’onore” contro i quaquaraquà dello Stato e dei vigliacchi non affiliati all’organizzazione.

Lui è un ex assassino mafioso, che ha capito quanto marcio sia quel mondo e ha iniziato ad uccidere proprio i boss a cui fino a poco tempo prima aveva tributato rispetto. Ma ha capito anche il marcio non è solo in Cosa Nostra, ma si estende nella cosiddetta società rispettabile. Entrambi sono in carcere, al regime del 41 bis e del 416 bis, e dentro il carcere iniziano a riflettere sulle loro esistenze e su quel sistema che li ha allevati prima e puniti poi. E non fanno sconti a nessuno.

Non fanno sconti a uno Stato che mostra di lottare la malavita, ma sotto sotto ci fa accordi. Una perenne “trattativa” in assenza della quale la mafia non durerebbe e non crescerebbe in ricchezza e potenza, anche militare. Non fanno sconti alle regioni del centro e nord Italia che, pur non essendo terre di mafia, ospitano ormai in modo massiccio attività e centri logistici di camorra, ‘ndrangheta, sacra corona unita e cosa nostra. Non fanno sconti a politici di tutti i colori e massonerie che dal rapporto osmotico con le mafie traggono potere e radicamento territoriale. La figura del “Signor Giudice”, continuamente evocata dai due personaggi in un’immaginaria aula di tribunale, diventa quindi una diafana proiezione della loro coscienza con cui fare i conti. E i conti finali sono amari e dolorosi, fino all’ammissione ineluttabile che “questo carcere ce lo meritiamo”.

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