Teatro Curci Barletta, Umberto Orsini in “La resistibile ascesa di Arturo Ui” di Brecht

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Proclamato nel 2011 spettacolo dell’anno dall’Associazione Nazionale Critici di Teatro, la rappresentazione della commedia di Bertolt Brecht “La resistibile ascesa di Arturo Ui”, con la regia di Claudio Longhi e con Umberto Orsini nel ruolo protagonista di Arturo Ui, è andata in scena anche al Teatro Curci di Barletta, venerdì 18 gennaio (con repliche sabato e domenica).

Orsini è Arturo Ui, capogangster di Chicago che per metafora rappresenta Adolf Hitler, di cui si narrano le vicende  a partire dal momento di costituzione del Partito Nazional Socialista tedesco e fotografando la scalata a leader e statista, fino alla sua fine.

Durante le tre settimane che l’autore impiegò nel 1941 per la stesura dell’opera, fu chiara la volontà di spiegare al mondo capitalistico, che incarna nell’America il suo ideale, le vicende storiche della Berlino ai tempi del nazismo, purtroppo, ancora recentissime ai giorni nostri in tutti i loro parallelismi allegorici tra potere politico e quello mafioso, come fossero meccanismi indotti provenienti dalla stessa matrice; tra crisi del ’29 e crisi attuale; tra manipolazione delle masse in tempo di propaganda e consensi elettorali in tempi di crisi economica.

Questa narrazione però, come in una sarcastica fiaba sa lasciarci con gli occhi spalancati e una combinazione di immagini, suoni, parole, atmosfere, su cui riflettere, il più a lungo possibile. L’allegoria dà spazio idoneo a numerose trovate ironiche, che a volte costituiscono controcampi puramente carnascialeschi,  seguendo  l’idea che la tragedia, molto più spesso della commedia, prende alla leggera le sofferenze dell’umanità, come Brecht  stesso riporta tra le note della sceneggiatura.

La commedia  è la migliore trovata per attuare su personaggi tragici/storici un atto di immediata detrazione del rispetto, portato dal popolo per errore; la scelta dell’uso dell’allegoria richiama il valore didattico parabolico della commedia che regge e ha retto fin’ora tutte le forme di narrazione sulla società, odierna e passata.  Durante la messinscena di questo sagace testo immortale, si canta, si gioca, si fa ridere, raccontando l’orrenda fase storica, forse la più brutta di tutto il ‘900.

Un cast ineccepibile ha saputo mantenere costante la dialettica con il pubblico, in equilibrio con i dovuti momenti allegri, in cui la scena sapeva illuminarsi di scenografie surrealmente irreali, capace di alludere a scenari reali, ma con l’espediente dell’allusione, appunto, che ricorda allo spettatore di assistere ad una finzione e perciò conferisce un aspetto parodistico alla narrazione.

Antal Csaba riproduce  la Chicago underground attraverso le casse dei cavoli, simbolo del denaro e del potere. Queste casse di plastica poste l’una sopra all’altra sanno alludere all’occorrenza alle casse di verdura o in generale dei prodotti che si accumulano nei magazzini, quindi al capitalismo e al consumismo americano, per poi, un attimo dopo, disegnare uno skyline metropolitano, un paesaggio urbano, molto americano ma allo stesso tempo molto comune nello scenario globalizzato, o ancora evocare i corpi di cadaveri che si accatastavano nei campi di concentramento, come oggetti di cui mettere in vendita ogni elemento; in un richiamo colmo di simbologie attuali, che accomunano gli spazi e i tempi, il messaggio è unico e allo stesso tempo molteplice, in linea con la potenzialità didattica della drammaturgia così come intesa dall’innovativo Brecht.

Il richiamo ai cavoli deve essere costante, perché si prestano a concorrere costantemente nella interpretazione allegorica dei più significati, anche con l’aiuto di messaggi chiaramente rivolti al pubblico, come l’insegna luminosa “Il lavoro rende cavoli” (nel senso, il lavoro frutta), che armonizzandosi all’atmosfera da cabaret, assieme con sapienti scelte musicali, sa rendere grottesca la rappresentazione di Chicago nel ‘29 e del contesto della vicenda, l’avvenimento del trust di cavolfiori.

Molte canzoni  sono state prese da altre messe in scena brechtiane (Jenny dei pirati da L’opera da tre soldi, 1928) e rimaneggiate secondo un’ottica critico-parodica nei confronti del nazismo. In tal senso subentra il lavoro  di Micheletti, Longhi e Olimpia Greco: la scelta di varie canzoni brechtiane (appartenenti a diversi compositori/collaboratori di Brecht; Kurt Weill su tutti) in coerenza con le didascalie del libretto. L’apporto di Micheletti e Greco, unito a quello di Guanciale, non ha riguardato solo la ricerca dei brani, ma anche l’esecuzione degli stessi, sono vera e propria parte della scena il sassofono, la fisarmonica e il banjo.

L’atmosfera di questo cartoon per adulti sa smorzare rigide rappresentazioni realistiche senza per questo illudere la realtà, ma anzi fornendo la chiave di senso che l’autore ha voluto e il regista al meglio interpretato, assieme agli attori e a tutto il cast; rendendo così chiara questa idea di continuità storica che ci lascia con il monito di non gridare vittoria troppo presto, il grembo in cui (il fascismo, così come il capitalismo) nacque, è ancora fecondo.

Mirella Vitrani

Foto ©Compagnia Teatrale

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