Andria, meeting “Cercatori della Verità” si conclude con lo scrittore Erri De Luca: le foto

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Il primo argomento di cui si parla riguarda la verità, quella a cui lo scrittore tende oggi: «la verità è un’emozione»  esordisce l’ ospite «all’improvviso mi accorgo di una verità che mi viene suggerita da qualcosa…una verità che mi riempie per un secondo e subito dopo diventa ovvia, ho bisogno sempre di nuove verità. Ad esempio l’aggettivo invincibile affiancato alla figura di Don Chisciotte per me è stata la scoperta della verità: improvvisamente quell’aggettivo mi ha spalancato gli occhi e mi ha commosso, invincibile era colui che si rialzava dopo ogni sconfitta. La verità per un narratore come me è il tono di voce che devo riuscire ad acciuffare mentre sto scrivendo la mia storia, perché io le storie le ho imparate attraverso l’ascolto, le mie storie hanno una precedenza orale, quindi le mie frasi sono lunghe quanto il fiato che ho per pronunciarle».

Dalla verità si passa al suo opposto e così ne parla De Luca: «Falso è facile, siamo in un’epoca ciarlatana, chi afferma una cosa poi non porta la responsabilità di quello che dice, ciò che ha detto può essere annullato il giorno dopo senza che il titolare di quella parola perda autorevolezza o prestigio. La parola ha perso le sue origini, la parola pubblica certo, ma anche quella amorosa: si dice ti amo e poi non si ama più, come se fosse una sentimento facile da smentire dal giorno alla notte. Ci sono però parole che portano inevitabilmente responsabilità: la parola narrativa in primis poiché deve lasciare un deposito di valore nella persona che ha deciso di leggerla, ma anche la parola religiosa: nell’antico testamento il verbo più frequentemente collegato alla parola divinità è il “dire”. Quando la divinità dice, conseguentemente agisce, nell’antica tradizione ebraica si usa dire che finché la parola è nella tua bocca sei il suo padrone, quando esce dalla tua bocca sei il suo servo».

Da qui poi si arriva alle influenze derivanti dalle parole: «Il linguaggio pubblico ha una sua efficacia e suoi determinati effetti, quando i nazisti parlavano dei campi di concentramento come di “distretto abitativo” accadeva che la politica utilizzava un falso vocabolario con uno scopo ben preciso; allo stesso modo quando si parla di “ondate” di immigrati si usa un termine che vuole scatenare una difesa. Se  si usasse la parola “flussi” migratori non si instaurerebbe un meccanismo di avversità, flussi è la parola corretta, ma se si usasse la parola corretta non si otterrebbe  l’effetto desiderato. Nemmeno la pena di morte potrebbe fermare l’immigrazione che ormai da anni caratterizza la nostra penisola, la morte la rischiano attraversando il Mar Mediterraneo, che ad oggi ha una ventina di Titanic sul suo fondale senza che abbiano commosso con nessun film.»

I libri sono gli oggetti con cui uno scrittore ha maggiore familiarità, i libri sono, secondo colui che è stato definito lo “scrittore del decennio” materiale isolante dal caos: «Sono cresciuto in una piccola stanza nella Napoli del dopoguerra, una stanza gremita di libri, piena di silenzio, lontana dalle voci della città. Napoli è una città costruita con il tufo, il tufo divide ma non ferma le voci, non isola le case, ma, nonostante ciò, la mia stanzetta conservava quel suo silenzio ovattato, la più silenziosa della casa e forse di tutta la città. I libri mi hanno permesso questo isolamento, anche in mezzo a una folla quei libri mi hanno aiutato a cavarmela, ad isolarmi da ciò che avevo intorno. I libri sono robusti, la maggior parte di quelli che riempivano la mia stanza provenivano dalla casa bombardata di mio padre, quei libri mi hanno tenuto la migliore compagnia e mi sono difeso meglio nei molti anni della mia vita operaia, proprio con quel sistema di resistenza all’usura che li caratterizza. Ci sono solo due momenti in cui un prigioniero non sta in una prigione: quando dorme e quando legge un libro, la mia generazione è stata quella con più incarcerati per motivi politici della storia e ha avuto il merito di portare i libri nelle prigioni, prima non esistevano.»

Tra i temi affrontati non poteva non esserci quello dell’alpinismo, una passione insolita per un napoletano e che lui spiega così: «Mio padre è stato arruolato negli alpini durante la guerra ed è tornato da quella maledizione, da quel tempo buttato della sua vita, con una tenerezza nei confronti delle montagne che ha salvato e dato un senso a quel tempo passato in guerra. Il suo sguardo mi è stato infilato e io ho iniziato ad aver voglia di metterci anche le mani sulle montagne, non solo i piedi. Scalare è un esercizio di lentezza, il passo più lento che si sia potuto inventare, la montagna mi piace per questo, il mio corpo partecipa alla pari alla scalata, la testa non è più il vertice del corpo e quello che ti permette di procedere sono le mani».

(Ph©Roberto Buscemi)

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Per concludere poi, qualche parola sul suo ultimo libro “Il torto del soldato”: «Storia di una figlia che scopre di essere figlia di un criminale austriaco che, dopo essersela svignata in Argentina rientra in casa sua ricominciando una nuova vita, è qui che la bambina si trova davanti a una scelta: se accettare o no suo padre; non aveva senso rinnegare quel padre perché lei era sua figlia, lei veniva da lui e quindi decide di occuparsene. “Iil torto del soldato” perché il suo torto è stato quello di perdere, secondo il padre, secondo la figlia, invece, il torto del soldato è stata ed è l’obbedienza».

Dopo qualche domanda da parte dei presenti, il conduttore ha ringraziato ospiti, staff e soprattutto il pubblico, che ogni anno numeroso segue il meeting.

 

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