Andria, “Cercatori della verità”: sport e Calciopoli con Marino Bartoletti e Giuseppe Narducci, le foto

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Continuate e sbucciarvi le ginocchia! Continuate a giocare in posti come quest’oratorio, complimenti a chi li tiene ancora in piedi!” così ha esordito Marino Bartoletti prima ancora di entrare nel vivo della discussione.

Il primo degli argomenti trattati scaturisce da un contributo video di una partita dell’89, Bologna Fiorentina, che ha visto lo scontro delle due tifoserie in cui rimase coinvolto un bambino di 14 anni e riguarda, appunto, la violenza negli stadi; Marino Bartoletti ricorda bene l’episodio: “In quel periodo vivevo a Bologna e quest’evento ci toccò moltissimo. Spesso in Italia le leggi nascono su ondate emotive e, nell’89, nacque la legge sulle violenze da stadio. Forse volo oltre le miei competenze di giornalista dicendo che le leggi vanno applicate e i colpevoli puniti, cosa che non accadde in quella e in molte altre circostanze simili”.

Prosegue sullo stesso argomento Giuseppe Narducci: “Concordo con quello che dice Bartoletti, ma bisogna dire che il momento di ciò che ruota intorno alle partite è regolato da leggi adeguate, ma c’è qualcosa nel sistema calcio che non funziona. Voglio apportare due esempi molto vicini all’episodio dell’89: stadio di Torino e stadio di Livorno, una settimana fa, nel primo i tifosi hanno rivolto ingiurie razziste vero i napoletani durante tutta la partita, nel secondo un gruppo della tifoseria della squadra avversaria ha insultato la memoria di Morosini, il calciatore che ha perso la vita un anno fa. Il giudice sportivo ha sanzionato le due società con una multa che forse sarei in grado di pagare anche io, nulla per le casse di una società per azioni. Questo vuol dire che il sistema non funziona, le sanzioni sono talmente blande che lasciano pensare come il sistema calcio sia completamente indifferente alla gravità di episodi obiettivamente molto gravi.”

Il nostro è diventato un paese di ultras,non più solo nel calcio, non più solo nello sport; questo è un periodo in cui tutti dovremmo fare un passo indietro, i giocatori che abbiamo spinto a credere di valere più del dovuto, i dirigenti che dovrebbero essere portatori di buon esempio e che invece fanno tutt’altro…” interviene poi Bartoletti e, passando agli esempi concreti e alla sua personale esperienza, continua “Fino al 2006 collaboravo con il giornale Libero, in cui gestivo una rubrica la massima libertà di esprimere il mio pensiero; un giorno seppi che accanto ai miei articoli ne sarebbero stati pubblicati altri firmati da Moggi. Mio padre mi ha lasciato poche cose, tra queste un grande senso di dignità e mosso proprio da questa scrissi un articolo (che poi non uscì mai) in cui ritenevo di non volere che la mia firma venisse affiancata da quella di una persona che aveva un modo completamente diverso da me di vivere lo sport”.

Proseguendo sul tema dell’insana passione calcistica e ricercando cause e possibili soluzioni Narducci interviene ribattendo che “ci sono tanti momenti in cui il dialogo e la capacità di reciproca comprensione può realizzarsi, non tutti gli ultras sono violenti. In questo caso chi non assolve ai propri doveri sono le società, le squadre, che in queste dinamiche recitano un ruolo passivo. Continuiamo a doverci confrontare con situazioni che inaspettatamente esplodono, nonostante intere parti di alcune città siano quasi blindate e se ciò accade comunque è perche c’è un atteggiamento arrendevole da parte di società costrette ad accettare la forza di queste tifoserie,  senza attuare mai un concreto cambiamento di rotta. Sì le istituzioni,  ma anche le società dovrebbero impegnarsi se vogliamo far nascere una passione di tipo diverso, più sana.” 

 Una passione come quella che gli italiani sono in grado di riversare in altri sport: “La gente continua ad amare il ciclismo, anche forse solo per il suo sapore vintage…sarebbe bello ritornare a vivere tutti gli sport in questo modo” chiarisce Bartoletti e poi, tornando al discorso del magistrato afferma: “È vero che le società sono a volte colluse con le tifoserie, e che forse queste servono anche alle squadre. Ma noi vorremmo che l’educazione sia a monte, nella prima società con cui abbiamo a che fare: le famiglie, che spesso opprimono i propri figli facendo perdere il divertimento a vantaggio solo di uno spirito agonistico.”

(PH©Roberto Buscemi)

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Parlare di Calciopoli, a questo punto, è inevitabile. “Ovviamente rifarei tutto nell’indagine di calciopoli, nella logica in cui credo di un’attività di giustizia che non si ferma davanti ai potenti!” sentenzia Narducci, proseguendo poi con una chiara e dettagliata risposta alla domanda sul perchè, nell’indagine in questione, le intercettazioni riguardanti l’Inter sono state ritenute poco rilevanti: “Non dimentichiamo i fatti: ci sono state due sentenze ed entrambi i provvedimenti dicono che quello che avevamo individuato non era un semplice evento di fatti, con le intercettazioni sulla Juventus, ma un mettersi insieme e decidere un programma di “delitti” di un certo tipo, quella che chiamiamo associazione a delinquere. Il giudice del dibattimento, conosce tutte le telefonate riguardanti l’Inter, le ha ascoltate, trascritte nero su bianco: quel materiale non aveva la forza di scalfire nulla di quella indagine. Questo presunto materiale che doveva sconquassare le fondamenta di quest’indagine per associazione a delinquere e frode per avvenimenti sportivi, non sono neanche citate nel provvedimento, non avevano la forza di rovesciare le sorti del processo, intercettazioni che potessero rendere innocente il colpevole. Quelle intercettazioni non dimostravano nulla quanto a responsabilità penale degli interlocutori.

Al Pm spetta di mostrare reati non episodi di malcostume eticamente disdicevoli: Queste telefonate non avevano il carattere di reati e non sono comparabili con le altre che presentano passaggi in cui prima ancora dell’interpretazione c’è in sè l’idea che quelle persone facevano parte di un’organizzazione: il linguaggio criptico e allusivo, ma anche l’impeto degli interlocutori che li portava a parlare di sè come di una congrega, come di qualcosa organizzata da chi ne fa parte…tutte queste cose non ci sono nelle altre telefonate, come la difesa affermava con un atteggiamento del “così fan tutti”!”.

A questo punto conclude così Marino Bartoletti: “C’è un tumore che non ci permette di vedere lucidamente ciò che riguarda il calcio: il cosifantuttismo! La Juve, però, deve essere un esempio, è venuta fuori dalle macerie ch lei stessa ha creato. Se io tifassi Juve non ce l’avrei con i giudici e con le loro sentenze, ma con chi ha rovinato dall’interno questa società!”.

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