Barletta, celebrati i funerali delle 5 vittime del crollo

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Due soli lunghi applausi: il primo all’arrivo dei cinque feretri da Bari, ricoperti di rose bianche e preceduti dalle corone inviate dal presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, sorrette da carabinieri in uniforme da cerimonia; e l’ultimo alla fine della funzione religiosa, per l’estremo saluto a chi ha lasciato questo mondo troppo in fretta, passando attraverso l’inferno delle macerie di quel maledetto crollo. Per il resto silenzio, un silenzio totale, assoluto ma assordante nella sua irrealtà.

Il silenzio di migliaia di persone che si interrogano sui perché di una tragedia che non doveva accadere. La religione ha le sue risposte consolatorie, ma è lo stesso celebrante, l’arcivescovo di Barletta Trani e Bisceglie Monsignor Giovan Battista Pichierri, a essere consapevole della necessità che ora “la magistratura individui le responsabilità con le sue indagini”, affinché, citando il Capo dello Stato, queste “tragedie inaccettabili” non debbano più ripetersi. Nel corso dell’omelia, monsignor Pichierri indugia sull’immagine del quadro della Madonna dello Sterpeto, patrona della città di Barletta, rimasto intatto, al suo posto, sull’unico muro risparmiato dalla devastazione del crollo, con accanto due crocifissi: “E’ il segno che Gesù era con loro”, dice, per quanto riesca difficile all’umana comprensione accettare una morte così violenta e inattesa.

Sul palco allestito con drappi color porpora, siedono tutti i prelati delle 21 parrocchie cittadine, mentre le prime file della mesta platea sono occupate dai parenti delle vittime e dalle autorità civili e militari dell’intera provincia.

Tantissime le donne venute per unirsi all’ultimo abbraccio ideale alle 4 operaie di un piccolo laboratorio tessile, la cui storia di ordinaria precarietà lavorativa in questo Sud oppresso cronicamente dalla mancanza di lavoro, le ha rese eroine loro malgrado. Sono arrivate da Taranto Concetta Musio e Fiorella Mascio, in rappresentanza dello SLAI-Cobas e del movimento MFPR, portando un cartello con su scritto “Le nostre vite valgono più dei vostri affari”: le forze dell’ordine le hanno obbligate a coprire col nastro adesivo l’ultima parte della frase, raccontano, perché ritenuta “scomoda” in una situazione in cui la forte tensione sociale respirata nei giorni scorsi per le vie della città, espressa con le accuse della gente agli amministratori incapaci di salvaguardare le vite umane, si temeva potesse esplodere da un momento all’altro: “Siamo venute a testimoniare la nostra vicinanza alle famiglie, per queste morti assurde. Le donne sono sempre le prime a pagare”, commentano.

Nessun moto di rabbia invece ha percorso la folla accalcata nella grande piazza, a due passi dalla palazzina venutà giù come un castello di carte. Ma, al termine della cerimonia, prima che le bare venissero portate via per sempre dagli occhi delle umane miserie, uno striscione nero come la morte e come il lavoro senza contratto e sottopagato, viene calato dall’ultimo piano del palazzo alle spalle del palco allestito per le esequie solenni. Tutti gli occhi si voltano in quella direzione e tutte le menti i cuori dei presenti si riconoscono nel suo messaggio: c’è scritto “E adesso vogliamo la verità!”.

Martina Damiani

 

Ph©Roberto Buscemi – riproduzione riservata

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Foto: Rachele Vaccaro

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