Separazione e casa coniugale: i presupposti per l’assegnazione

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Nel momento in cui il rapporto coniugale viene ad incrinarsi, la casa coniugale diviene non più solo scenario di dissidi coniugali, ma oggetto di rivendicazione tra i coniugi. Da ciò, l’importanza delle decisioni giudiziali o consensuali con cui si assegna la casa, posto che la crisi del matrimonio postula l’intollerabilità della prosecuzione della convivenza sotto lo stesso tetto.

tarantino-maurizioMa quali sono i presupposti che determinano l’assegnazione della casa famigliare all’uno piuttosto che all’altro coniuge? Ne parliamo con il consulente legale di Bari Maurizio Tarantino.

“L’assegnazione della casa coniugale è finalizzata a preservare, nel caso di separazione dei coniugi, la continuità delle abitudini domestiche nell’immobile costituente l’habitat familiare. In modo particolare ha lo scopo di proteggere i figli (qualora ci siano) dal trauma di essere costretti a vivere lontano dal luogo dove fino a qual momento hanno condotto la loro esistenza.

Orbene, il nuovo articolo 337 – sexies c.c. recita che: “il godimento della casa familiare è attribuito tenendo prioritariamente conto dell’interesse dei figli (…)”. L’art. 6, comma 6, legge sul divorzio, con un contenuto più specifico, dispone che “l’abitazione nella casa familiare spetta di preferenza al genitore cui vengono affidati i figli o con il quale i figli convivono oltre la maggiore età. In ogni caso ai fini dell’assegnazione il giudice dovrà valutare le condizioni economiche dei coniugi e le ragioni della decisione e favorire il coniuge più debole. L’assegnazione, in quanto trascritta, è opponibile ai terzi”.

Dalla menzione della predetta normativa emerge come l’assegnazione della casa coniugale, da parte del giudice competente, ha come fulcro la presenza dei figli all’interno del rapporto familiare. Si deve escludere, dunque, la possibilità di assegnare la casa al coniuge economicamente più debole se questi non è affidatario dei figli (principio ribadito anche dalla recente Cassazione n.15367 del 2015).

Premesso quanto esposto, cosa accade quando, a seguito di separazione, il coniuge chiede l’assegnazione della casa familiare se di fatto, essa non è mai stata adibita ad abitazione della famiglia?

Sul punto, di particolare importanza, merita di essere citata la recentissima ordinanza della Suprema Corte di Cassazione n. 22581 del 4 novembre 2015 che ha ribadito il principio per cui, il criterio di assegnazione dell’immobile a uno dei genitori si fonda sulla necessità di assicurare ai figli minori (anche quelli nati fuori dal matrimonio) la conservazione di quell’habitat domestico che ha rappresentato sino a quel momento il centro degli affetti, degli interessi e delle consuetudini in cui si esprime e si articola la vita familiare. È solo questo, dunque, l’obiettivo che deve guidare il giudice nella sua decisione, non potendo, invece, avere aver alcun rilievo su di essa né l’eventuale titolo di proprietà di uno dei genitori sulla casa, né l’esistenza di eventuali altri immobili dei quali i genitori (o i coniugi) possano essere proprietari o avere la disponibilità.

Difatti, la casa utilizzata dai coniugi durante i periodi di vacanza non può essere considerata la residenza familiare e, pertanto, non può essere assegnata a uno dei due in sede di separazione; al fine dell’assegnazione a uno dei coniugi separati o divorziati della casa familiare, occorre che si tratti della stessa abitazione in cui si svolgeva la vita della famiglia allorché era unita (in tal senso Cassazione n.14553 del 4 luglio 2011).

Alla luce delle considerazioni innanzi esposte, conformemente al citato orientamento giurisprudenziale, si evidenzia che, la casa famigliare deve costituire il centro di aggregazione della famiglia durante la convivenza, con esclusione di ogni altro immobile di cui i coniugi avessero la disponibilità e che comunque usassero in via temporanea o saltuaria. Pertanto, il giudice della separazione sarà pienamente legittimato a rigettare la domanda di assegnazione della casa destinata ad abitazione familiare da parte del genitore collocatario quando, nella realtà dei fatti, essa non abbia mai costituito il perno della vita familiare o, ancor di più, se la famiglia non vi abbia mai vissuto.

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