Formazione e occupazione nella BAT: a colloquio con Sergio D’Angelo di “Efesto”

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 “Efesto”  (Ente di Formazione  Educazione Sviluppo del  Territorio e Occupazione ) nasce meno di un anno fa, ma  è stato presentato a Trani lo scorso 24 gennaio,  riunendo  varie professionalità presenti sul territorio accomunate dallo stesso atteggiamento verso quelle tematiche afferenti allo  Sviluppo del Territorio e delle Competenze nel Mondo del lavoro.

Cosi come la mitologia greca designava Efesto Dio del fuoco, della tecnologia, dell’ingegneria, della scultura e della metallurgia, ossia fabbro degli dei, anche l’ente tranese,  rappresentato da un  logo che richiama la figura di  un sole greco stilizzato,  si pone l’obiettivo di “forgiare”  datori di lavoro e lavoratori, costruendo un percorso di formazione costruito su misura, rivolto  essenzialmente ai dipendenti di aziende pubbliche o private.

Ne abbiamo discusso in merito insieme al sociologo del lavoro e dell’organizzazione , docente,  formatore  e ricercatore di recente eletto presidente della delegazione regionale AIF ( Associazione Italiana Formatori) nonché direttore di Efesto, Sergio D’Angelo .

efesto1D Dr. D’Angelo , chi si rivolge ad Efesto, o meglio chi sono i vostri potenziali fruitori?

R: Al nostro ente (che sottolineo è  un ente no profit)  possono rivolgersi sia le imprese che vogliono coniugare il benessere organizzativo con risultati produttivi e commerciali eccellenti, sia enti pubblici, come le scuole o enti territoriali intermedi. Oggi le organizzazioni, sia private che pubbliche sono sottoposte a una sfida incessante: realizzare valore costante nel tempo in contesti sempre più competitivi. Non solo esse hanno da coniugare elevate esigenze di performatività con attese di crescita e valorizzazione degli attori organizzativi: dipendenti, manager, funzionari, insegnanti. 

D: Con l’attuale crisi economica quanto le aziende investono in ricerca e formazione?

R: La crisi economica che imperversa  dal 2008 ha ridotto ancor di più la spesa delle imprese, ma anche dello stato, in ricerca e sviluppo. Di conseguenza anche gli investimenti in formazione del personale  sono in parte diminuiti e in parte modificati, preferendo i decisori aziendali, attività formative, spesso molto poco efficaci, finanziate da fonti europee, nazionali e regionali.  

Il sistema produttivo italiano è costituito da aziende di piccole dimensioni, spesso micro imprese o addirittura nano imprese. La caratteristica di buona parte di esse è la competizione sul fattore prezzo e dunque prodotti che concorrono sui mercati per il loro basso prezzo. Di conseguenza il fattore produttivo maggiormente penalizzato è il lavoro: mal retribuito, privo di diritti, discontinuo, precario. Si consideri che, tra i paesi europei, l’Italia e’ quello con minore capacità di creare occupazione; che i giovani  hanno maggiori probabilità di svolgere un lavoro instabile; che, tra i lavoratori da 15 a 34 anni, la percentuale di occupati instabili è maggiore tra i laureati e minore tra i lavoratori con la licenza media; che In Italia diminuiscono gli occupati nell’istruzione e nei servizi alle imprese (pubblicità, marketing, consulenza tecnica e manageriale, ricerca e sviluppo, gestione risorse umane), crescono invece i servizi per le famiglie (lavoro domestico) e nell’assistenza alle persone anziane. Dal 2008 in Italia, a differenza di altri paesi europei, diminuiscono le professioni più qualificate, cioè quelle intellettuali e tecniche e aumentano le occupazioni elementari. Diminuiscono operai specializzati e qualificati (nei settori edile e manifatturiero), mentre aumentano impiegati e addetti alle vendite e ai servizi personali. I cosiddetti “lavoratori della conoscenza”, cioè quelli che trattano informazioni (lavoratori laureati occupati in professioni intellettuali e tecniche) sono in Italia inferiori di 5 punti percentuali rispetto alla media europea.                                                                                        

DCome crede si possa modificare questa situazione?

R: Attualmente i decisori politici italiani ed europei vorrebbero curare un male profondo, come la disoccupazione galoppante (in particolare giovanile e istruita) con una sorta di intruglio omeopatico, che rischia di aggravarne le condizioni. Evocare la parola crescita, come fanno i politici in Italia e i funzionari della Commissione europea, non serve a molto. Né tanto meno serve ridurre i diritti dei lavoratori per creare occupazione. E’ del tutto evidente che la crescita è una conseguenza dell’aumento dell’occupazione e della capacità di spesa dei cittadini. Basterebbe rivedere i suggerimenti di Keynes: in una situazione come l’attuale solo un indirizzo energico e un intervento diretto dello stato come “datore di lavoro di ultima istanza” potrebbe innescare un circolo virtuoso e invertire le aspettative degli imprenditori. Qui sorge la solita  obiezione: l’Europa non  lo permette. A me sembra la classica profezia che si autoavvera. Se i politici dei paesi aderenti all’Unione, di cui molti già soffrono e altri annunciano sintomi di sofferenza, sostengono congiuntamente che l’unico rimedio alla crisi economica è una forma di  austerità che colpisce i redditi da lavoro dipendente e le condizioni già compromesse del welfare dei singoli paesi, è ovvio che la situazione non potrà non aggravarsi.  E questo ci porta a una seconda considerazione.

Le idee, le teorie che sono alla base di tali scelte, cioè l’ideologia propagata dal neoliberalismo è  un modello di egemonia culturale che pretende un mondo dove il peggio tocca solo ai deboli e il meglio ai forti. Purtroppo, il pensiero critico che dovrebbe appartenere alla riflessione delle scienze sociali sembra addormentato. Forse per risvegliarlo occorrerebbe ancora ripensare a Keynes, quando sosteneva che prima o poi, sono le idee, più ancora che gli interessi costituiti, ad essere davvero pericolose, nel bene o nel male.   efesto2

DLei di recente ( esattamente lo scorso 28 gennaio) è stato nominato presidente della delegazione regionale AIF, può spiegarci sommariamente perché per i formatori è importante esserne membri?

R: L’AIF è nata a Milano 40 anni fa, con l’intento di associare coloro che svolgono professionalmente l’attività di formatori, in particolare, degli adulti nelle organizzazioni. In questi quarant’anni è stata punto di riferimento (e luogo di dibattito) della produzione scientifica di modelli di apprendimento sempre più efficaci e di pratiche e professionali innovative.  Inoltre ora, con la recente legge 4 del 2013, AIF  rilascia ai propri soci l’Attestazione di Qualità prevista dall’art. 7 della legge medesima,  per valorizzarne le competenze, garantire la qualità dei processi da loro attivati e il rispetto delle regole deontologiche definite dall’associazione per tutelare gli utenti.

D: Quali i progetti futuri dell’AIF e in concomitanza quali quelli di Efesto?

R: Qualche giorno fa sono stato a Firenze per un incontro con i presidenti  delle altre delegazioni regionali  e per discutere gli eventi del 2015.  L’AIF  punterà, su temi fondamentali come “Lavoro e Giovani” ,” Competenze e Competitività”. Mentre, a Milano dopo l’Expo è previsto un convegno nazionale , al quale prenderanno parte   esperti e associati. Il tema di fondo riguarderà il ” nutrimento della mente” e  di come, nutrendola  si possa anche permettere un maggior benessere organizzativo. Per Efesto invece abbiamo previsto da marzo sino a dicembre alcune attività seminariali rivolte ai giovani laureati il cui intento sarò quello di provare a rafforzare le capacità trasversali,  in particolare, le capacità di  tipo relazionali. 

D: “Dinamiche occupazionali e prospettive di lavoro nella Provincia Barletta Andria Trani” è il titolo della vostra ricerca commissionata dall’ente provinciale, cosa ne è emerso a tal proposito? Mi accennava di un prossima ricerca sempre per la Provincia, in merito ai “comportamenti di consumo “: è già in fase di avvio?

R: La ricerca sulle dinamiche occupazionali è nella fase operativa, o meglio, a breve saranno somministrati circa 100 questionari a disoccupati “istruiti” (quelli che hanno conseguito un elevato titolo di studio) e 20 interviste a imprenditori.Le ipotesi che abbiamo potuto  riscontrate dalla ricerca sono sommariamente le seguenti:

Il sistema produttivo della provincia Barletta Andria Trani, qualora esprima domanda di lavoro, esclude i lavoratori con titolo di studio elevato che risulterebbero sovra-istruiti rispetto ai ruoli organizzativi disponibili. Anzi, le imprese preferiscono assumere lavoratori con livelli minimi di scolarizzazione . Lo stigma negativo attribuito al titolo di studio elevato (laurea), nel caso dei sovra-istruiti, è un fattore che favorisce la decisione di licenziamento.

I giovani (15 – 24 anni) e i giovani adulti (25 -34 anni) diplomati e laureati, dopo un periodo di ricerca e attesa, accettano, nel caso si rendano disponibili, posizioni sotto qualificate rispetto al titolo di studio (fenomeno del cooling out). Le donne, in prevalenza, smettono la ricerca attiva del lavoro, ritirandosi tra gli inattivi disponibili.

I giovani e i giovani adulti con licenza media hanno più possibilità rispetto ai loro coetanei a maggiore scolarizzazione di trovare occupazione nei settori sopra indicati. Il raffreddamento delle aspettative e i il ritiro dalla ricerca attiva hanno un “effetto dimostrazione” sui giovani ancora inseriti nel sistema formativo tale per cui, pur ritenendo il titolo di studio come emblema apprezzabile socialmente (status symbol), essi allentano l’impegno negli studi. A un minor impegno corrisponde, conseguentemente, un minor livello di acquisizione di competenze e titoli di studio non adeguati agli standard attesi.  

Per quanto riguarda la progettazione di una ricerca sui “modelli e comportamenti di consumo” posso dire che è ancora in fase di ideazione. Ma dovremmo sicuramente confrontarci con le associazioni di categoria e dei consumatori, come Confeesercenti, Federconsumatori, Codacons ecc…, per giungere ad una committenza condivisa.

 

 

 

 

 

 

 

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