Barletta, presentato “Voglia di normalità” a Gaza di don Nandino Capovilla: foto

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Nella sinossi del libro “Voglia di normalità” si legge nel passo finale: “Oggi più che mai in Palestina e in Israele i palestinesi continuano a preparare il pranzo per gli ospiti, a studiare, a fare il cambio degli armadi a coltivarte i fiori e a sognare un futuro possibile“. Ed è questo il fulcro centrale di una continua situazione di oppressione e non-vita, la ricerca costante di una “normalità” che possa far sentire ancora questo popolo, di essere fatto di esseri umani e non di bestie da macello.

Daniele Dagostino ha introdotto l’ospite che ha definito “fortemente impegnato in molte situazioni sociali, come colui che vive la questione palestinese come parte integrante della sua vita e che funge da cassa di risonanza delle speranze e delle angosce di un popolo che rivendica i propri diritti”. L’ amico di coloro che cercano la verità e come scritto nel libro cercano di “tradurre l’odio in verità”.

Come spiegato dalla giornalista Floriana Tolve, Don Nandino, prima di ieri sera era in Salento per una tre giorni in occasione del 20esimo anniversario della morte di don Tonino Bello, precursore in tempi non sospetti di discorsi su ciò che accadeva in Palestina. L’incontro intervallato da video testimonianze girate in Palestina è partito dal collegamento di don Nandino alle parole di don Tonino Bello, il quale nei suoi viaggi a Gerusalemme, invitava ad affacciarsi su una terrazza dalla quale si poteva vedere l’intera città: il Santo Sepolcro, la spianata delle moschee e sotto il muro del pianto. Don Tonino, ricorda don Nandino, disse in quell’occasione: “se voi dell’alto guardate giù non vedrete solo una folla di sofferenti, ma vedrete anche una turba d’oppressi”. Infatti, spiega don Nandino, è difficile spesso guardare oltre perché se “per i sofferenti si commuovono tutti,quando si tratta di dover accostare alla sofferenza la parola giustizia, si corre il rischio di essere accusati di essere di parte”.

Una delle missioni di Don Nandino è quella di recarsi nei territori martoriati dall’egemonia israeliana e ascoltare. Una delle testimonianze riferite dal parroco riguarda una recentissima telefonata con un uomo palestinese che vive solo su una collina, nella sua grotta, con le sue pecore e che è circondato da colline occupate dai coloni. Questi aveva ricevuto per Natale il decimo ordine di demolizione. Ai palestinesi è impedito di vivere e costruire sui propri territori se non aderenti alla religione ebraica. Uno dei filmati mostrati durante la serata ha riprodotto le immagini girate dal gruppo di don Nandino, il quale durante un pellegrinaggio, fu invitato con i suoi 50 pellegrini, da un autista, a pranzo presso la sua abitazione. Quando don Nandino spiegò all’uomo che sarebbe stato difficile per lui ricevere tante persone presso la sua casa, l’uomo replicò che aveva bisogno del loro aiuto anche per demolirla. In seguito all’ennesimo ordine di demolizione, infatti, l’uomo dovette abbattere la propria casa, l’aiuto del gruppo a reperire delle ruspe e abbattere l’ultimo simbolo di una dignità calpestata sotto gli occhi inermi delle donne e dei bambini, sarebbe servito a evitare di dover subire anche la beffa di pagare delle ruspe ai coloni israeliani. Durante il filmato tra pietre che cadono, occhi bagnati dalle lacrime e bambini a cui è stato rubato il fututo, appaiono tutte le normative e i diritti contenuti nella Convenzione di Ginevra e nella Dichiarazione dei Diritti Umani riguardanti il diritto alla casa per ogni individuo, ignorati, violati e abbattuti come quelle baracche di tufo.

Un’altra realtà agghiacciante della vita di questo popolo diviso anche nelle propria città da muri materiali e sociali è quella dei check point, luoghi dove uomini  e donne che vogliono solo poter vivere normalmente la propria vita, lavorare o andare all’Università, passano interminabili ore nel cuore della notte, umiliati nel corpo e nella mente da ragazzini armati che celano l’odio dietro la parola “sicurezza”, anche se quella dei check point non è una situazione di emergenza, ma la tragica quotidianità. Coloro che si alzano al mattino presto per subire il giogo dei controlli non devono attraversare un confine, ma solo andare dall’altra parte della città. Questi uomini vengono chiamati “uomini di cartone” perchè portano con se un pezzo di cartone su cui riposare mezz’ora in più in attesa che i militari aprano i tornelli per far iniziare la sfilata della vergogna, quelli che vengono chiamati i “motori dell’odio”.

Gli occhi ripresi di quelle persone, però, difronte alla luce rossa della telecamera, sono occhi di speranza che magari quelle immagini riescano, se liberamente trasmesse, a scuotere le coscienze e aprire gli occhi di chi vive lontato da una realtà celata ai più e che sembra appartenere ad un universo parallelo, ma che è distante da noi solo un passo.

Il teologo Rafik in un filmato ha spiegato che per lui la soluzione a questo conflitto apparentemente senza fine sta nella “guarigione della memoria”: quando sia la memoria dei vincitori, che la memoria dei vinti smetteranno di contrastarsi e e vincitori saranno guariti dall’essere vincitori, come i vinti, dall’essere vinti, allora ci sarà un processo di guarigione che porterà entrambe le parti a capire di non voler essere né eroi né vittime, ma solo esseri umani come tutti gli altri popoli della terra.

“Questo popolo – ricorda don Nandino – ha passato tante fasi, anche quella del trerrorismo nel 2005, che adesso viene giustificato per ogni cosa e la guarigione della memoria come detto dal teologo Rafik – spiega – è nella gente che nonostante tutto si impegna nell’arte, nella cultura, nella musica, in un popolo che resiste che ha passato periodi bui e che adesso ha ottenuto, il  29 nov 2012, il riconoscimento, anche se simbolico, di Stato osservatore, è un momento storico”.”Uomini e donne, sia in Isdraele che in Palestina – dice don Nandino – non ci stanno più, vogliono la pace che non sarà possibile, dice citando i palestinesi “affinchè non potremo tirare su sui nostri pennoni la bandiere dello Stato palestinese”.

Un modo differente di vedere la questione palestinese viene da Abuna Manuel un parroco di Gaza, presente nella città prima dell’attacco israeliano del 27 dicembre 2008 denominato “Operazione Piombo Fuso” e per quattordici anni parroco della chiesa della Sacra Famiglia a Gaza, il quale riporta la realtà di una città dove al popolo è impedito quasi di respirare, e che afferma che è “impossibile” che gli israeliani concedano ai palestinesi la possibilità di vivere sul proprio territorio dove gli è impedito persino di pescare nelle proprie acque e di vivere, semplicemente. Il loro unico obiettivo è quello di mandarli via definitivamente.

Tra coloro che hanno assistito all’incontro e che in fine hanno dato un contributo con le proprie esperienze c’è stato padre Saverio Paolillo, il quale ha sostenuto le idee di don Nandino, parlando della sua personale esperienza in America Latina e sull’importanza di una partecipazione attiva che si distingue dalla carità. Il professor Luigi Dicuonzo responsabile del locale Archivio della Memoria che ha paralto dell’esperienza dell’olocausto e della differenza che c’è tra l’arroganza dell’ebreo israeliano quando la sua memoria viene smembrata e utilizzata per opprimere e gli ebrei italiani e tutti coloro vittime della shoah. In ultimo anche l’intervento dell’Assessore Maria Campese la quale ha auspicato che tematiche di tale importanza presto riescano a trovare oltre la rete, canali di maggiore risonanza per raggiungere maggiori utenti e sensibilizzare maggiormente le nazioni a mobilitarsi per la pace.

Le speranze , adesso, sono consegnate ai giovani, canali attivi secondo don Nandino, che recepiscono e vogliono cambiare le cose. Magari un giorno, se effettivamente si riuscirà ad intevenire tutti insieme, si potrà porre fine al gioco al massacro del cane che si morde la coda e che tra false giustificazioni di storiche vittime che adesso sono diventati carnefici, egemonia territoriale e interessi economici, non fa altro che fornire alle nuove generazioni, se mai sopravviveranno, le pene di un conflitto che ha alla base il peso di un odio senza vincitori.

Nicoletta Diella

 

Le foto della serata:

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