Riforma province, l’analisi dell’assessore Camero e la sua “idea di provincia”

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Pertanto Camero ha ritenuto opportuno spiegare la sua “idea di provincia” e le ragioni analitiche e scientifiche che delineano l’importanza degli enti provinciali, ragion per cui il Governo nazionale dovrebbe prendere  in seria considerazione una tematica di grande valenza costituzionale, ponendo allo stesso tempo  maggiore attenzione verso gli enti territoriali.

Scrive Camero: “Il riordino delle Province, suggerito dall’obiettivo di ridurle per contenere la spesa pubblica, sta determinando non pochi malumori tra i destinatari dei tagli. Le proteste non sono affatto prive di fondamento ed il Governo Monti – dal quale non ci saremmo mai aspettata un’iniziativa “politica” di rilevanza costituzionale affrontata con superficialità, bene farebbe a prenderle in considerazione. V’è la sensazione che la mossa governativa sia stata dettata più da ragioni di immagine che di sostanza; s’è voluto dare soddisfazione alla piazza, a chi manifesta ogni giorno il proprio disappunto per i costi della politica, per gli sprechi, pur sapendo che la soppressione totale o parziale delle province non è la panacea di tutti i mali.
C

on questa considerazione non voglio di certo ingrossare le fila del partito del “benaltrismo”, di coloro che, pur di difendere il proprio orticello, vedono i mali del Paese altrove, ma intendo analizzare con metodo scientifico, l’utilità dell’esistenza di un ente intermedio qual è la Provincia e le conseguenze della sua soppressione o del ridimensionamento nel numero su scala nazionale.

Le materie vecchie e nuove assegnate alle Province richiedono omogeneizzazione del territorio di competenza per evitare di formulare programmazioni inadeguate alle esigenze di area; in concreto, se i Comuni della BAT fossero inclusi nella provincia di Foggia, avrebbero in ogni caso la necessità di vedersi riconosciuta una peculiare programmazione degli interventi, che sono diversi da quelli oggi considerati per il Subappennino Dauno, per il Gargano, per il Tavoliere, per le Isole Tremiti, per esigenze, legate ad una economia dove prevalgono i settori tessile abbigliamento e calzaturiero ed il lapideo. Senza considerare che i comuni della BAT, ove inglobati nella provincia di Foggia, determinerebbero la nascita di un territorio più vasto di regioni come il Molise, l’Umbria, Valle d’Aosta e non lontano, per dimensioni, da Basilicata ed Abruzzo!

Ampliando il campo dell’analisi, su scala nazionale, la soppressione di numerose province comprese in territori montani ed in particolare lungo la dorsale appenninica e nelle Alpi, avrà conseguenze disastrose. Lo spostamento del baricentro territoriale verso le città rivierasche, determinerà inevitabilmente un progressivo processo di deantropizzazione del territorio ed una nuova forma di urbanizzazione, con la conseguenza che le province dell’Appennino, oltre a perdere identità giuridica, subiranno l’affossamento dell’area montana, che necessita della mano dell’uomo, per evitare i frequenti fenomeni di dissesto idrogeologico, che si registrano quando un territorio non è più presidiato.

In questo clima è auspicabile che la Corte Costituzionale, chiamata ad esprimersi il 6 novembre prossimo, ponderi la ratio che sovraintende all’organizzazione dell’apparato statale su quattro livelli istituzionali (Comuni, Province, Regioni, Stato), senza condizionamenti di ordine politico, limitandosi a verificare la costituzionalità delle norme impugnate, considerando che, per effetto dell’art. 133 della Costituzione, i Comuni in questo tipo di scelte detengono una prerogativa ineludibile.

In realtà, il riordino delle Province, il loro ridimensionamento nel numero e nelle funzioni, più che una necessità appare il pretesto per procedere successivamente alla riduzione del numero delle Prefetture, delle Questure e degli uffici statali periferici, risultato che si sarebbe raggiunto autonomamente, trasferendo ad esempio al Presidente della Provincia, per determinate funzioni, la competenza di organi amministrativi periferici dello Stato, riconoscendo al medesimo la qualità di Ufficiale di Governo, al pari dei Sindaci in materia anagrafica.

Ad ogni modo la querelle politico-amministrativa sul dimensionamento delle province, può essere superata, adottando criteri e requisiti rispondenti a maggiore logicità, rispetto a quelli stabiliti dal Governo dei tecnici, senza peraltro perdere di vista che il fine rimane la ricerca della dimensione organizzativa ottimale dei servizi.

Per compensare la carenza della superficie geografica rispetto ad una sufficiente densità demografica e viceversa, è sufficiente correlare l’istituzione della provincia od il mantenimento della stessa, al raggiungimento di un punteggio predeterminato. Si supponga di dover assegnare un punto ogni 10.000 abitanti ed un punto ogni 100 kmq, con arrotondamento dei resti per eccesso, con un punteggio minimo necessario di 50 punti per provincia. Così facendo, si salverebbero le province montane, soggette  a rischio spopolamento, perché il sottodimensionamento demografico, sarebbe compensato dalla vastità del territorio amministrato.

Con l’attuale criterio di contro, nell’arco di un decennio assisteremmo all’emigrazione di migliaia di famiglie dai centri montani verso i grandi agglomerati urbani rivieraschi, ove si concentrerebbero lavoro e servizi (scuole, università, uffici pubblici, ospedali, case di riposo, etc.) ma anche caos, inquinamento, oltreché gli effetti deleteri del dissesto idrogeologico, oramai privo di adeguati presidi a monte.

Quanto ai costi delle province, studi approfonditi son giunti alla conclusione che, anche dimezzandone il numero, il risparmio per le casse dello Stato non sarebbe di entità tale da ridurre sensibilmente il debito pubblico. L’operazione in atto, finalizzata ad una seria spending review, rimarrebbe sterile ed incompiuta se non fosse accompagnata anche da un riordino delle regioni; sono maturi i tempi per rivisitare il Titolo V della Costituzione, restituendo al livello statale sovranità rispetto agli altri livelli territoriali, senza incorrere nella restaurazione del centralismo che in Italia in passato ha già fallito.

E’ chiaro a tutti che la voragine nei conti pubblici non è provocata di certo dalle Province e dai Comuni; il debito pubblico è passato dal 60% del Pil ante 1980 (anno di entrata a regime delle regioni) al 120% del 2012! Gran parte dello stesso è attribuibile proprio alle regioni che abusando, hanno contribuito all’odierna insostenibile pressione fiscale, senza offrire all’utenza servizi adeguati.

Intanto, per la VI provincia pugliese, allo stato attuale, non vedo altra soluzione che ampliarne il territorio di competenza con l’adesione di altri comuni, che uniti ai nostri, facciano nascere un nuovo Ente capace di inglobare l’area murgiana del mobile imbottito (Altamura e Gravina di Puglia) e quelle industriali ancor più omogenee di Molfetta e Corato, scongiurando il rischio di essere annessi alla provincia di Foggia o peggio ancora essere inglobati nella città metropolitana di Bari, epiloghi a sicuro nocumento delle nostre identità comunali e delle irrinunciabili sinergie di area vasta”.

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