Barletta, il ruolo della Chiesa dopo il crollo in via Roma. Dura accusa di Pax Christi: «Preti e politici preoccupati solo del consenso»

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L’analisi parte dal tragico evento del 3 ottobre, quello che passerà alla storia come “Il crollo di via Roma”. Si chiede Pax Christi:

“A un anno dal crollo della palazzina in via Roma, crediamo sia importante interrogarsi se tale evento abbia inciso nel tessuto sociale, ed ecclesiale, della nostra comunità. Vediamo Barletta e sembra che nulla sia accaduto. L’estemporanea indignazione di buona parte della società civile e la retorica di circostanza delle Istituzioni ad oggi non ha permesso alla città di rielaborare il lutto, al seme che muore di portare i suoi frutti. Siamo una città “godereccia” che si è dovuta risvegliare in un incubo.

E il ruolo della Chiesa locale in tutto ciò? Con inquietudine constatiamo come preti e politicanti viaggino spesso sulla stessa lunghezza d’onda. Preti e politici preoccupati più dei consensi che dei contenuti. Che, anziché lavorare coraggiosamente per arginare la sottocultura dell’ostentazione vuota e conformista nostrana, se ne fanno promotori. Predicatori di Verità ma testimoni di mediocrità. Perché lo stesso impegno profuso nell’organizzazione di attività ludiche quali oratori, feste parrocchiali o raduni auto-celebrativi non si utilizza per farsi patrocinatori di azioni concrete? La comunità sente il bisogno di Istituzioni che spingano, con progetti e non con comizi, una cultura dell’etica che si contrapponga all’anticultura del disimpegno, dello scaricabarile, del nepotismo, l’anticultura della borghesia mafiosa che infesta la nostra comunità e all’improvviso la fa cadere a pezzi.

Pax Christi richiama nel suo nome la pace in Cristo, ben consapevoli, però, che la pace di Cristo passa attraverso la giustizia. Insieme ad altri fedeli laici non staremo in silenzio a guardare una Chiesa che, anziché trascinare, si lascia trascinare da una mentalità fatua, che ha come fine ultimo una forma di intrattenimento che narcotizza le coscienze.

La cultura nostrana del “ciutt e camein” (zitto e passa avanti), la retorica sul tacere come forma di umiltà, seppur promosse, in buona fede, per quieto vivere, raramente hanno portato la pace, ma sovente, piuttosto, il verificarsi di piccole o grandi omissioni. E’ dovere dunque del laico cattolico non avere un atteggiamento acritico, o peggio ancora, come avviene sovente, di sudditanza nei confronti dei vertici ecclesiali. Non c’è miglior forma di carità, di rispetto sincero, di generoso affetto che una critica verace nell’esprimere il proprio disagio.

Il nostro linguaggio crudo, di vulgata, è la risposta al linguaggio felpato che contraddistingue i rappresentanti della nostra Chiesa. Un linguaggio che è un programma, il riflesso di una condotta, perché finalizzato a non considerare la realtà.

Auspichiamo che anche il linguaggio possa essere più coerente con il messaggio che vuol comunicare, un linguaggio ispirato a veritá,che induce a prese di posizioni univoche, prive di ambiguità. Posizioni nette contro i partiti del mattone, il voto di scambio o il lavoro nero. Se la politica non riesce a dare una risposta concreta a questi fenomeni di illegalità, dimostrandosi anzi, con il suo immobilismo, collusa ad essi, non vi è ragione perché la Chiesa segua la stessa linea. Il rapporto con le Istituzioni potrebbe svolgersi in maniera più sobria e prolifica, mettendo i nostri amministratori davanti alle loro responsabilità e non solo davanti l’ennesimo nastro da tagliare. Non facendosi consapevolmente strumentalizzare dalla politica in cambio di un’erogazione, un permesso o visibilità mediatica.

Lungi da noi qualsiasi intento moralizzatore (mettere alla berlina o elencare i limiti dei singoli parroci è un esercizio pruriginoso che non ci interessa), non ignoriamo la presenza di sacerdoti sinceramente insofferenti per le condizioni in cui versa la nostra comunità. E’ importante però cominciare a farsi sentire e ridare slancio alle attività della nostra Chiesa.

Nel 2009 Papa Benedetto XVI all’incontro con i parroci della diocesi di Roma ha detto: “Certamente un oratorio nel quale si fanno solo dei giochi e si prendono delle bevande sarebbe assolutamente superfluo. Il senso di un oratorio deve realmente essere una formazione culturale, umana e cristiana di una personalità, che deve diventare una personalità matura.”

Finché nei nostri oratori avranno precedenza le lezioni di samba, i palloncini d’acqua da schiacciare con il sedere o le vantaggiose convenzioni per andare a Miragica, difficilmente si metterà in evidenza l’aspetto formativo, figuriamoci quello cristiano. Alcuni impavidi catechisti hanno provato a proporre campi scuola nei luoghi in cui lo Stato ha confiscato beni alla Mafia, inutile dire come sia andata a finire. Nel linguaggio caritatevole di certa Chiesa ciò che avviene può definirsi “scelta dovuta a un percorso pastorale” nel nostro linguaggio si definisce idiozia. Qualsiasi tentativo di uscire dal provincialismo, in cui stiamo asfissiando, non riesce a trovare ascolto.

Finché la nostra Chiesa locale non ritroverà il gusto di scelte coraggiose e controtendenza, anche a costo di pagarla con l’impopolarità, vivremo sempre impantanati in una comunità dal fiato corto. Possiamo uscirne soltanto attuando proposte socio-culturali che aiutino i fedeli a elevare la loro coscienza civile e quindi religiosa. Concedendo loro uno spazio importante e non marginale, lo stesso utilizzato per le attività ludiche o di culto. Soltanto facendo i conti con gli errori del passato e con le potenzialità inespresse della nostra comunità (una ricchezza sommersa enorme) saremo in grado di avviare una nuova stagione di impegno civico.

“Stringere i ranghi dell’amore al Paese”, per citare una efficace definizione del cardinale Bagnasco, significa impegnarsi concretamente nella ricerca di soluzioni che indichino un progetto per il territorio e una risposta ai bisogni quotidiani di oggi. Onestà intellettuale deve indurci a considerare quanto arduo sia per un barlettano fruire di occasioni di arricchimento culturale in maniera diffusa sul territorio, strutturalmente organizzato e quindi non episodico.

Dare uno spazio importante alle attività socio-culturali significa non relegare il tutto agli incontri saltuari delle commissioni diocesane. Stilare dei programmi ad ampio respiro e che guardino in prospettiva. Incentivare, in modo serio, incontri interparrocchiali, con cadenza frequente, in modo da non compromettere, ogni volta, la continuità dei progetti. Il cammino insieme ai laici non sia solo un annuncio ma un impegno autentico. Che i parroci mettano da parte i protagonismi o le malcelate divergenze personali che tanto hanno frammentato, oltre che reso poco credibile, l’intera Chiesa barlettana. Si facciano portatori di speranza, perché in loro si ripongano i nostri propositi di giustizia e impegno civile. Forti di un Vangelo che si protende oltre le cancellate delle nostre parrocchie. Solo partendo da qui possiamo davvero definirci Chiesa Cattolica, una Chiesa universale”.

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